mercoledì 31 dicembre 2014

PLAYLISTS 2014

Nonostante questo sia stato un anno orribile che ha portato alla chiusura  dopo quasi 18 anni dello spazio radiofonico di Sotterranei Pop, eccomi qui a stilare la classifica dei migliori album dell'anno, secondo il mio personale giudizio e secondo anche i dischi realmente ascoltati durante quest'anno. Per convenzione divido anch'io le classifiche in italiani ed internazionali, anche se non andrebbe realmente fatto. Sicuramente in queste classifiche troverete nomi che nella quasi totalità delle altre non leggerete, insieme ad altri presenti ovunque, solo perché io, come voi che leggete, ho un personale grado di giudizio. Spero soltanto che i nomi che non conoscete vi stimolino la curiosità di andarli a ricercare per un ascolto approfondito e per allargare i vostri orizzonti musicali. Eliseno Sposato

BEST OF ITALIA 2014

1. CHEAP WINE - beggar town
2. PAOLO BENVEGNÚ - earth hotel
3. NO STRANGE - armonia vivente
4. GIANCARLO FRIGIERI - distacco
5. STEEPLEJACK - dream market radio
6. NON VOGLIO CHE CLARA - l'amore fin che dura
7. EDDA - stavolta come mi ammazzerai
8. KARTOONS - world gone down
9. STELLA BURNS - stella burns love you
10. DRIFTING MINES - comeback
11. TERJE NORDGARDEN - dieci
12. THE KAAMS - one to six
13- MARCO SANCHIONI - dolcemente gridando sul mondo
14. KILLER PENIS - king of slaps
15. DAVIDE TOSCHES - luci della città distante
16. PIERPAOLO MAZZULLA - echi lontani
17. BRUNORI SAS - il cammino di santiago in taxi
18. RONIN - adagio furioso
19. I MITOMANI BEAT - fuori dal tempo
20. GIARDINI DI MIRÓ - rapsodia satanica
21. KING OF THE OPERA - driftwood
22. BOLOGNA VIOLENTA - uno bianca
23. KYLE - space animals
24. F.CAMMARATA & P. FUSCHI - skint and golden
25. BOXERING CLUB - aloha krakatoa

BEST OF WORLD 2014

1. BOB MOULD - beauty & ruin
2. THE NEW CHRISTS - incantations
3. SHELLAC - dude incredible
4. MOTORPSYCHO - behind the sun
5. SUN KILL MOON - benji
6. PAUL COLLINS - feel the noise
7. CHUCK PROPHET - night surfer
8. THE WAR ON DRUGS - lost in the dream
9. SWANS - to be kind
10. WOVENHAND - refractory obdurate
11. THE BASEBALL PROJECT - 3rd
12. BECK - morning phase
13. OUGHT - more than any another day
14. ST. VINCENT - st. vincent
15. THEE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA - fuck off get free we pour light...
16. KING TUFF - black man spell
17. SHARON JONES & THE DAP-KINGS - live the people what they wants
18. MARK LANEGAN - phantom radio
19. SCOTT WALKER & SUNN O))) - soused
20. NENEH CHERRY - blank project
21. D'ANGELO & THE VANGUARD - black messiah
22. THIRD COAST KINGS - west grand boulevard
23. THE AFGHAN WHIGS - do the beasts
24. MAC DE MARCO - salad days
25. THE BLACK KIES - turn blue

lunedì 29 dicembre 2014

Intervista a Francesco Ficco (Kartoons) Novembre 2014

Quella che segue è la prima intervista di una serie dedicata ai musicisti di Cosenza che ho realizzato per il quotidiano La Provincia di Cosenza.



È un tiepido pomeriggio autunnale quando Francesco Ficco, voce storica dei Kartoons, ci accoglie in casa per iniziare questo viaggio nella scena musicale cosentina. In sottofondo la musica del nuovo (?!) disco dei Pink Floyd ci spinge subito a parlare di quanto sia inutile raschiare il fondo del barile come hanno fatto Gilmour e soci in questa occasione, meglio che si godano una pensione dorata, e per  noi mettere su Spiderland degli Slint più adatto alle nostre corde e a sostenere la scia di ricordi che emergeranno. Francesco può essere a giusta ragione considerato uno dei prime movers della scena rock bruzia, anche se probabilmente come tale non è mai esistita. Gli stessi Kartoons possono essere considerati come "l'unica" band dedita al rock'n'roll di derivazione sixties, anche se a loro si possono accostare i Jims di Fiorenzo "Fio" Marino "un ragazzo simpaticissimo che propone brani originali di rock'roll ma non ha nessuna intenzione di registrarli per produrre un disco". Ma cos'è il Rock'n'roll per Francesco Ficco? <<Più che uno stile di vita direi un'attitudine. Di questo me ne sono reso conto dopo molto tempo perché quando ero ragazzo, sul finire degli anni settanta, lo vedevo come uno svago per uscire da certi schemi che la società imponeva. All'epoca Cosenza era nel medioevo, non solo  musicalmente parlando, ma un po' in tutto>>. In quegli anni tutti avevano un amico o un fratello maggiore che faceva da guida nel mondo del rock. Ma in Italia imperversava il Progressive di Genesis, King Crimson etc. <<ma era un rock difficile da ascoltare per un ragazzo. Canzoni lunghe, giri armonici difficili da riprodurre, ma che non davano soddisfazione come i Beatles o Elvis, che sono stati i miei primi amori>>.
Per un ragazzo che voleva anche imparare a suonare la chitarra era tutto molto difficile. <<Per fortuna dopo un paio di mesi che mi avevano indottrinato con queste porcherie, scoprii come tutti il punk, attraverso un servizio in tv della trasmissione Odeon, un articolo della rivista Ciao 2001, ma soprattutto dei primi 45 acquistati: "Sheena is a punk rocker" dei Ramones, "the passenger" di Iggy Pop e "Holiday sin the sun" dei Sex Pistols chemi risvegliarono>>. Il punk è stato una sorta di chiamata alle armi che inizia a riunire alcuni personaggi "storici", l'incontro con Rob Leer la formazione dei primi gruppi cittadini. Tra i primi gruppi che si ricordano i No Exit da una cui costola nacquero i Clockwork Orange <<di questi ricordo che erano simil Devo e non credoci fosse nulla di simile in Italia. Parliamo del 1980, anno in cui registrarono da Raffaele Borretti (famoso jazzista cosentino n.d.a) un disco che forse non vide mai la luce, almeno che io ricordi. Erano gli anni in cui formammo il primo nucleo dei Lager che però restavano ancora chiusi in cantina>>. All'epoca non esistevano spazi per i concerti, se si esclude l'Unical e qualche situazione estemporanea. La nascita dell'associazione Alta Tensione, portò i primi concerti nei teatri cittadini con le esibizioni di Gaznevada, Wind Open e Shotgun Solution. Poi ne seguirono altri negli anni, ma erano tutti sporadici non esistevano promoter, locali, organizzatori capaci di sostenere una programmazione. Nel periodo scolastico si formano i Lager, partendo da una formazione a cinque elementi, che nel breve volgere del tempo si ridusse a tre <<attraversando tutti gli anni 80>>.
Erano anni in cui nessuno si sognava di eseguire musica che non fosse scritta di proprio pugno: <<ricordo un contest all'Acquario, dove c'eravamo noi, Rob Leer, ed altri gruppi tra cui uno che si esibì con sole cover di Beatles, Eagles e musica italiana varia che "raccolse" parecchie verdure sul palco>>. Erano anni in cui i ragazzi erano affamati di musica rock <<perché in città si trovavano dischi che non trovavi neanche nelle grandi piazze. Grazie alla lungimiranza di Natale Piro, si trovavano tutti i generi più "nuovi" fuori dal comune>>. Tornando ai Lager ricordiamone la formazione più stabile con Ficco, Oreste Pellegrino Lise e Andrea Buccieri: <<Oreste era quello di noi che aveva maggiore cultura musicale e fra i tanti bassisti provati, era quello realmente intenzionato a fare parte di un gruppo, mentre Andrea è stato il batterista più longevo. Anche se non eravamo bravissimi a suonare, iniziammo subito a comporre pezzi originali, e questo ci ha portato a definire il nostro stile>>. Siete stati sempre in bilico fra Mod e Garage <<il circuito mod ci ha dato la possibilità di esibirci nei primi live, anche se era limitato a poche situazioni che si svolgevano prevalentemente a Milano, Roma, Viareggio, Pisa e Rimini. Posti dove, finchè abbiamo potuto, andavamo a suonare gratis. Poi quando dall'America arrivò il revival garage, con la grande attenzione della stampa di settore, si aprì un circuito più largo che ci portò a suonare più spesso>>. Forse quello che mancò era il fatto di fissare su di un disco il vostro repertorio. <<Eravamo totalmente anarchici, non accettavamo alcun tipo di compromesso, cosa di cui ci siamo pentiti, con il senno di poi, e che ci portò gradualmente allo stop>>.
Poi venne un lungo stop nel periodo 1989-1992, dal quale nacquero i Kartoons. <<in realtà ci ripresentammo sotto il nome di Killers, con la stessa formazione. Giusto il tempo di qualche concerto e la realizzazione di un demotape che non vide mai la luce. Nel 1992 andai a trovare degli amici in sala prove, che suonavano cover di pezzi garage anni '60, e mi misi a cantare. Dato che il ruolo era vacante venne naturale che lo prendessi io, entrando a far parte dei Kartoons>>. Paradossalmente questo dei Kartoons è il vero progetto musicale che ha trovato uno sbocco per cosi dire "professionale". <<Negli anni ci siamo assestati come formazione e spostando leggermente il tiro dal garage degli anni '60 al power pop di oggi con una forte impronta chitarristica>>. E nonostante i tempi difficili per la discografia, siete riusciti con non poca caparbietà,  a incidere dei dischi di pregevole fattura, naturalmente riccorrendo all'autoproduzione:<<tutto è dipeso dal cambiamento radicale che è avvenuto in questi anni. Mentre agli inizi bastava pagarsi lo studio di registrazione e poi trovare una casa discografica disposta a pubblicare il disco, oggi - continua Ficco - che le case discografiche in pratica non esistono più,  se non quei pochi eroi che ancora ci credono e lo fanno per passione, oggi bisogna fare tutto da soli per lasciare qualche traccia, anche perché senza di quello non avrebbe senso continuare. Per questo bisogna dare merito a Johnny ed al suo studio casalingo che ha permesso al gruppo di avere gli stimoli giusti per continuare>>. A proposito di eroi uno da segnalare potrebbe essere Tiziano Rimonti di Area Pirata che distribuisce il vostro ultimo disco <<grande Tiziano, a lui la parola eroe calza a pennello>>.
Parlando della nostra Cosenza,  nonostante quello che si pensa,  è sempre stata una città difficile per chi vuole esprimersi attraverso il rock'n'roll. <<Da noi manca la cultura del rock'n'roll a livelli di massa giovanile, i ragazzi di oggi sono "globalizzati" dal pensiero dominante che può essere individuato nel rap. I ragazzi non scelgono di venire ad un concerto di rock, ed anche noi che per scelta non suoniamo davanti a gente che mangia, difficilmente li incontriamo>>. Siete un po' delle mosche bianche <<in effetti è così perché qui non esiste spazio per il rock'n'roll, una musica che gira meno che in altri posti, anche perché credo che sia la musica piu discriminata che esista in Italia>>. Anche per via del fatto che il cosidetto mainstream ha veicolato in Italia un'idea distorta di rock, perché sepassa l'assunto che rock è Vasco Rossi o Ligabue è chiaro che siamo lontanissimi dai Kartoons. <<Ma mainstream sono anche gli U2 o i Pink Floyd, con i quali non puoi mai rapportarti, perché loro combattono una guerra mediatica. Meglio sarebbe parlare di gente come Paul Weller o Johnny Marr, che portano avanti un certo stile ed hanno un pubblico ed un target limitato,  con i quali si rapportano>>. A proposito chi sono i tuoi eroi musicali? <<Lou Reed su tutti con i Velvet, poi John Lennon. A questi affianco proprio Paul Weller che nel period Jam ha influenzato molto il mio stile, senza dimenticare naturalmente Pete Townsend,  per rstare nella cultura mod>>. Essere un mod a Cosenza cosa rappresentava? <<Non era semplice perché all'epoca (primi anni ottanta) ancora esistevano le bande in città che ti picchiavano solo perché vestivi "strano", e quindi eri diverso>>. L'essere diverso non spaventava <<no, semmai era come un'ancora di salvataggio. A metà degli anni settanta la città era divisa in caste. Alcune zone erano off limits, via popilia, torre alta,  il centro storico, gli stessi genitori tendevano a fare frequentare ai propri figli ragazzi provenienti dagli stessi ambienti, non c'era integrazione tra i quartieri>>. Un po' come frequentare piazza Kennedy o Palazzo degli Uffici <<quella era una divisione più dettata dall'interesse politico, che diventava zona d'appartenenza>>. Ma a Cosenza non èmai esistita una musica di destra o di sinistra <<questo no, a meno che non consideriamo i cantautori che a metà anni settanta erano ascoltati solo da gente di sinistra, mentre quelli di destra ascoltavano 'merdaccia' cioè musica da discoteca. Ma in realtà questa suddivisione non veniva percepita più di tanto>>. Non è che poi i cantautori fossero tanto meglio <<Erano tanto noiosi quanto terribili in fatto di look. Ricordi il look autonomo,  eskimo e roba del genere che soprattutto nelle ragazze annullava ogni parvenza di femminilità: una cosa terribile>>. A questo proposito ti chiedo se esisteva del rock al femminile. <<non esisteva nulla, magari le trovavi tra il pubblico ma difficilmente le vedevi sul palco.  Le uniche che misero su una band al femminile furono le nostre fidanzate dell'epoca,  le sorelle Giannice  formarono un gruppo, di cui non ricordo il nome, ma durarono lo spazio di un mattino.>>

Tornando al Ficco musicista ricordi la tua prima chitarra? <<un Natale mi regalarono una Eco Cobra 2, ben fatta. Dopo un anno passai ad una chitarra giapponese simil Les Paul che era una vera bomba, ma il sogno divenne ben presto la Rickembecker che trovai nel 1983 a Roma. Un modello Ross Morris, dal nome dell'importatore inglese, del 1967 pagata mezzo milione di lire, che oggi vale molto di più>>. Oggi possiedi una bella collezione <<si e come tutte le cose, devo stare sempre attento perché diventa come una malattia, si tende sempre ad aggiure pezzi, e si può facilmente diventare maniaci>>. Che differenza fa suonare un tipo di chitarra piuttosto che un altro? <<dipende sempre dal suono che hai in mente, la Rickembecker è semi acustica con la cassa che all'interno non è tutta piena, con un design particolare, poi la mia è costruita con dei legni che non si usano più,  così come i pick up epoi ha dei componenti che non tutti i costruttori utilizzavano, per cui ha questo suono reso celebre da Beatles e Byrds>>. Pensando a quest'ultimi mi viene in mente il suono jingle jangle un genere definito proprio dal suono di un particolare tipo di chitarra:<<l'unica dodici corde elettrica ad avere le corde disposte al contrario della maniera standard, con i cantini che vengono dopo della corda normale>>. Torniamo ai Kartoons di oggi quest'anno avete pubblicato "World Gone Down" una scelta chiaramente controcorrente rispetto al panorama discografico di casa nostra <<anche se oggi può apparire anacronistico pubblicare dei cd perché non esiste un circuito distributivo e, se vogliamo, neanche un pubblico di riferimento, ma era importante dare una vita ufficiale a queste canzoni, anche perché ci danno la possibilità di esprimere quello che pensiamo sui tempi che viviamo>>. Ma non è frustrante pubblicare un disco ben sapendo che susciterà l'interesse di pochi appassionati?  <<Un po' si ma anche questo è un falso problema, per noi è importante esprimere un punto di vista sulla realtà,  indipendentemente dalla massa piu o meno grande a cui arriva. Oggi che poi le band che suono sono tantissime, così come i dischi che vengono pubblicati, un assurdo se si pensa che non esistono quasi più le etichette discografiche, tutto diventa segno di una cultura oramai in declino>>. Un altro paradosso riguarada i locali in cui poter suonare che sono tantissimi con una programmazione quasi sempre satura. <<combattono una guerrra tra poveri, organizzando più eventi contemporaneamente, destinati ad un pubblico unico, che andrebbe fatto ruotare  di locale in locale, facendo girare l'economia dappertutto>>. Tra l'altro oggi il pubblico che va ai concerti, quasi sempre ci va perché è un'occasione di incontro piuuttosto che perché si è interessati realmente alla musica <<sono ragazzi cresciuti con altri interessied hanno un approccio diverso rispetto al nostro. Non conoscono il gusto di andare in un negozio ad acquistare un Lp, perché lo trovano in maniera più facile sulla rete, è un valore che si è perduto>>.
Pensi che esista una prospettiva di futuro per la Cosenza musicale?
<<Più che altro lo spero. Prima o poi arriverà uno stop alla globalizzazione imperante, che farà ripartire tutto da zero>>. Ti affascina ancora la ricerca musicale per arrivare alla scoperta di qualcosa di innovativo nella musica? <<Quello sempre, perché è un po' il sale della vita>.

sabato 27 dicembre 2014

Recensione Soul Pains "In the Name of the Father Tour" Teatro Auditorium Unical Rende (CS) 23/12/2014



Dopo quattro mesi di intenso lavoro per dare vita al secondo disco "In the Name of the Father", i Soul Pains arrivano al Teatro Auditorium dell'Unical per il concerto di presentazione del nuovo album, con un carico di speranze e aspettative, ma anche con la consapevolezza di avere delle importanti carte da giocarsi per affermare il nuovo volto della band, rinnovata in gran parte dei suoi componenti. Ma soprattutto il senso di questo concerto è quello della festa, come ben ricorda Mattia (Mister T) Tenuta nel dare il benvenuto al numeroso pubblico presente. Questo clima di festa viene subito alimentato dai primi brani in scaletta. Dopo l'intro si entra nel vivo del disco con due brani molto coinvolgenti ("Come On" e "Sonny") che mettono subito in evidenza il nuovo corso musicale dei Soul Pains, che vuole produrre un moderno soul venato di rhythm'n'blues. La band ha padronanza della materia e la mette subito in mostra allungando i brani con le parti strumentali dove ciascun musicista trova spazio per brevi assolo che fanno da contrappunto nei diversi brani. Mister T svolge bene il suo ruolo di front man, misurato direttore di un'orchestra e cantante sostenuto dalle splendide voci di Alessandra Chiarello e Aquila Abate che hanno spazio per diversi interventi da soliste. Con il terzo brano "Fourth Floor", uno dei radi passaggi proposti dal primo disco, le atmosfere si fanno un po' più rarefatte con i rimandi tra i "solo" di basso e fiati. Subito dopo arriva uno dei brani che segneranno in positivo la serata: "Cherry Man" dà un'idea di eleganza ed è molto coinvolgente, facendo salire il climax della serata che dopo "I'm Calling You" raggiunge uno dei vertici emozionali quando tutta la commozione di Mister T viene fuori nel presentare "I'll Be There"
brano dedicato alla mamma recentemente scomparsa. Siamo a metà concerto ed arriva il momento di tributare il dovuto omaggio agli ispiratori celebri della band con le cover di "Ain't no Mountain High Enough" di Marvin Gaye e "In the Midnight Hour" di Wilson Pickett che trasformano il TAU nell'Apollo Theatre per una sera. Il ritorno ai brani originali mette in mostra  tutte le qualità della band. Si canta anche in francese con "Un Rêve Ça Sert À Quoi" e naturalmente in inglese con il pubblico sempre più coinvolto e che diventa coro aggiunto su "Wake Up" brano destinato a diventare un must nei prossimi concerti. "Lost is Not All" e la title track del precedente "Bitter Days" preparano il gran finale che arriva sui due brani più significativi del nuovo disco: "Social War" cantata da Aquila Abate e "In the Name of the Father" puntano l'indice sulle storture dei nostri tempi e lo fanno con efficacia ma anche con la leggerezza di una musica senza tempo. E il pubblico tributa il giusto plauso alla band capitanata da Mister T che, sorretto dalle voci di Alessandra Chiarello e Aquila Abate, si avvale di bravissimi musicisti come Massimo Russo (batteria) Antonio Parisi (percussioni), Mario D'Ambrosio (basso), Roberto Risorto (tastiere), Alessandro La Neve (sax baritono) Gabriele Posteraro (sax),  Flavio Carpino (sax). Un viaggio iniziato secondo i migliori auspici.

Setlist
Intro
Come On
Sonny
Fourth Floor
Cherry Man
I'm Calling You
I'll Be There
Ain't No Mountain High Enough
In The Midnight Hour
Un Rêve Ça Sert À Quoi
The Body
Wake Up
Lost Is Not All
Bitter Days
Social War
In The Name Of The Father

sabato 20 dicembre 2014

Recensione Cheap Wine "Beggar Town Tour" Napoli Archivio Storico 18.12.2014

Napoli è la città più a sud toccata dal Beggar Town Tour dei Cheap Wine, che ritornano per la seconda volta all'Archivio Storico, un bellissimo locale ma con una sala per concerti un po' troppo piccola per accogliere il pubblico di veri appassionati che ha raccolto l'invito di Massimo  Massimi, curatore degli eventi rock del locale partenopeo.
Foto Eliseno Sposato
La location angusta non ha per nulla inficiato la resa sonora del concerto ed ha reso tutto molto più intimo abbattendo la distanza tra pubblico e band, creando un'atmosfera molto suggestiva con la penombra creata dagli enormi lampadari, ingabbiati in alcune voliere che amplificano l'effetto retrò della sala ricca di quadri alle pareti che raccontano la storia dell'Italia meridionale, ma soprattutto consentono di concentrarsi solo sulla musica. La band si sente a casa, anche per la presenza inaspettata di amici di vecchia data ma non solo, ed è pronta dare tutto non appena partono le prime note di "Fog on the Highway"  brano di apertura del nuovo album che naturalmente costituisce l'asse portante del set. L'anima blues di Beggar Town viene subito messa a nudo da "Muddy Hopes", mentre sui registri lenti di "Destination Nowhere" si riescono a cogliere i registri armonici creati dalle  tastiere di Alessio Raffaelli e dalle eleganti linee di basso ricamate da Andrea Giaro per nulla sovrastate dagli assoli di Michele Diamantini. A seguire una stupenda versione di "Behind the Bars" che sfiora i dieci minuti, impreziosita da una dedica da brividi durante la quale Marco Diamantini, spiega come e perché questo brano è tornato in scaletta nei concerti. Pur mantenendo la struttura portante, questo brano è rivestito di nuova luce dai fraseggi di Raffaelli e mostra il grado di maturità raggiunto dai Cheap Wine. Ci sarebbe già di che essere soddisfatti e tornare a casa felici, ma siamo solo all'inizio e ci sono molti altri colpi da assestare, a cominciare da "Black Man" uno dei brani nuovi destinati ad entrare nel cuore dei fan e che ha già la statura dell'anthem. Su questo brano si può cogliere l'interpretazione di Alan Giannini, un batterista che non solo sostiene i brani o pesta duro su pelli e piatti, ma che è capace di interpretare ogni passaggio rendendolo elegante o stradaiolo a seconda dei casi.
Foto Eliseno Sposato
Su "Claim the Sun" ci si rende conto come la chitarra di Michele resti sempre il tratto distintivo di una band che è molto di più di una semplice formazione rock. Il passaggio successivo con "Beggar Town" e "Leave Me a Drain" mette in evidenza questo tratto ma quando arriva "The Fairy Has Your Wings" si è portati a riflettere e chiedersi quante siano le anime presenti nella musica dei Cheap Wine. Marco racconta come sia un brano dedicato a Valeria sua compagna per otto anni e poi per altri quattro del suo migliore amico scomparsa di recente, <<ma non è una canzone triste>>. Ma hai voglia dire che non lo sia, visto come spinge giù a scavare sentimenti nel profondo dell'anima. Un brano vissuto da tutto il gruppo con un'intensità fuori dal comune che ne amplifica ogni sfumatura. Asciugate le lacrime del cuore, con "Waiting on the door" si riacquista la leggerezza necessaria per riprendere il ritmo: un singolo che centinaia di gruppi pagherebbero per avere in repertorio. Ancora ricordi da raccontare per introdurre "Keep on Playing" dedicata alla nonna dei fratelli Diamantini che deliziava i concittadini pesaresi con il suono del primo grammofono portato dagli Stati Uniti.
Foto Eliseno Sposato
Siamo quasi al climax del concerto quando i Cheap Wine piazzano un altro dei loro pezzi da novanta. "City Lights" mette un sigillo ad un concerto fuori dal comune dove si tocca con mano la coesione, la bravura e l'anima profondamente rock di una band che se arrivasse dall'estero, sarebbe acclamata da orde di fans, ma che invece resta relegata in un piccolo angolo che viene scoperto come le cose più preziose solo da chi è animato dalla curiosità della ricerca della vera anima del rock'n'roll.  "To Face a New Day" e "Reckless" chiudono alla grande un bellissimo live, ma il pubblico ne vuole ancora e Marco Diamantini e compagni regalano la oramai classica versione di "One More Cup of Coffee", eseguita per la prima volta quest'anno,  e "Set Up a R'nR Band" eseguita con il sorriso stampato sul volto di tutti i musicisti e di un pubblico che tributa la giusta ovazione alla più grande rock band italiana.
Soddisfatti alla fine del concerto
Setlist
1. Fog on the Highway
2. Muddy Hopes
3. Destination Nowhere
4. Behind the Bars
5. Black Man
6. Claim the Sun
7. Beggar Town
8. Leave me a Drain
9. The Fairy Has Your Wings
10. Waiting on the Door
11. Keep on Playing
12. City Lights
13.To Face a New Day
14. Reckless
15. One Cup of Coffee
16. Set Up a R'nR Band






intervista Dente 16.12.2014



La tappa cosentina è l’ultima in teatro del tuo tour di “Almanacco del giorno prima”, quinto album  di Giuseppe Peveri in arte Dente, uno dei migliori cantautori della nuova generazione, che salirà sul palco del Teatro Auditorium dell’Unical, per l’ultimo appuntamento della rassegna di concerti organizzata dal Cams. Lo abbiamo raggiunto a poche ore dal suo ritorno nella nostra città che lo ha visto protagonista più volte in un crescendo di successo e popolarità che è andato di pari passo con la crescita della sua carriera.
Partiamo proprio dalla prima volta che sei arrivato a suonare a Cosenza, che ricordi hai?
<<La prima volta, nel 2007,  suonai in un locale piccolissimo, davanti a non più di cinque, sei persone, ma ne conservo un ricordo piacevole perché conobbi Dario Brunori e Simona Marrazzo che non erano ancora i Brunori Sas, ma dei semplici appassionati che andavano ad un concerto, grazie a loro conservo un buon ricordo di quella data>>.
Oggi torni con l’ultima tappa del tour di “Almanacco del giorno prima” cosa ci sarà di diverso in questo spettacolo?
<<Sarà come quelli svolti all’inizio dell’anno che ci ha visto esibirci in alcuni teatri, mentre oggi lo stiamo concludendo nei club tranne questa data all’Unical dove torniamo appunto in un teatro con la band allargata ad otto elementi, con la sezione fiati, per offrire qualcosa di diverso al pubblico, a partire da una scaletta aggiornata, anche per suonare alcune canzoni escluse proprio per la mancanza dei fiati, e per chiudere in maniera speciale l’anno di promozione di “Almanacco”>>.
In questo tuo nuovo disco hai spinto la composizione ancora di più verso il passato, guardando alla tradizione dei grandi cantautori attraverso un taglio moderno. 
<<Amo molto quel periodo musicale, quello degli anni sessanta, per la canzone come venina scritta, arrangiata e suonata in quegli anni perché credo non abbia tempo, nonostante si capisca benissimo che viene da lì. La sfida che cerco è quella di scrivere proprio canzoni che non abbiano tempo, che non siano legate ad un periodo storico. Io fondamentalmente scrivo canzoni d’amore, un tema che difficilmente passa di moda, ed ho cercato di tornare a quell’epoca utilizzando strumenti un po’ in disuso per ricreare quell’atmosfera>>.
Fra tutti i cantautori della leva cantautorale 2.0 sei uno dei più classici, forse quello che si discosta maggiormente dai colleghi contemporanei inseriti in questo filone.
 <<Anche Tenco ed Endrigo vivevano nello stesso tempo. A me non disturba essere classico, anche perché la ricerco questa classicità. Amo la nostalgia, anche se amo vivere nel mio tempo, proprio per quanto dicevamo prima>>.
L’amore che racconti con disincanto come nasce?
<<Dal cercare di trovare un linguaggio che possa essere riconosciuto negli anni a venire, per questo non uso termini moderni. Pensa se usassi una parola come “selfie” in una canzone, magari tra dieci anni nessuno la riconoscerebbe, perché probabilmente non si userà più. Così la mia ricerca non è solo musicale, ma sto attento alle parole>>.
In quest’ottica è più importante scrivere per se stessi piuttosto per il potenziale pubblico che ascolterà le canzoni.
<<È brutto da dirlo al pubblico, ma io scrivo solo per me stesso. Ho iniziato a scrivere le canzoni senza avere un pubblico, ed oggi che ce l’ho ed è difficile evitarlo, cerco di essere sincero e no pensare a cosa può funzionare in una canzone>>.
Hai mai pensato di scrivere una canzone politica o dal forte contenuto sociale?
<<No perché credo che quel tipo di cantautorato sia morto e sepolto, anche perché quel mondo non c’è più. Credo non abbia senso paragonare la musica di oggi con quella degli anni sessanta, anche se attingiamo da quel patrimonio gigantesco, oggi è cambiato tutto>>.
Ma il mondo di oggi tendi a tenerlo lontano dai tuoi testi?
<<Io vivo nel mio tempo e questo appare sullo sfondo. Ma la mia fonte d’ispirazione è quella di cercare di scrivere brani come “Canzone per te” di Sergio Endrigo che se vai a leggere il testo potresti benissimo collocarla negli anni trenta come nel 2014. Sono quei sentimenti che muovono la mia scrittura>>.
Tu hai iniziato a muovere i primi passi nell’epoca di My Space che sembra oggi lontanissima. Perché nessuno è riuscito ad arrivare a Sanremo attraverso i social network , mentre oggi chi passa dai talent viene inserito nel gruppo dei big? È solo una questione di mezzo di diffusione?
<< la TV è ancora il mezzo di comunicazione più forte che c’è, non si può paragonare ad Internet. Finché in televisione non ci sarà qualcuno che decide di dare visibilità alla gente che suona, al pubblico che va ai concerti difficilmente ci arriveremo. Sembra quasi di vivere in un mondo parallelo rispetto a quello della televisione, dove una fetta grande del paese sembra non esistere. Se la televisione non apre una porta continueremo a non guardare Sanremo>>.
Eppure negli anni sessanta la musica di qualità era assoluta protagonista della televisione.
<<Oggi c’è ancora tanta musica in televisione. Se pensi che X factor è uno dei programmi più seguiti, tutto basato sulla musica. Il problema è che manca la qualità. Nei sessanta si arrivava in tv quando eri davvero bravo. Chi ci arrivava sapeva cantare, ballare, recitare, sapeva fare tutto alla perfezione e si provava tutta la settimana prima di arrivare ad esibirsi il sabato sera. Oggi in televisione va in onda una gigantesca corrida, cose fatte male di cattivo gusto>>.

Questa intervista è stata pubblicata il 17 dicembre sulle pagine del quotidiano La Provincia di Cosenza

venerdì 19 dicembre 2014

La Via Crucis laica di Totonno Chiappetta

Articolo pubblicato dal quotidiano La Provincia di Cosenza in data 19.12.2014 pag.2

Un ritorno speciale nella sua Cosenza anche in occasione di un ultimo viaggio arrivato troppo presto da lasciare ancora attoniti. Così come la notizia della sua morte, arrivata di primo mattino veloce come la rete che l'ha diffusa, anche il ritorno di Totonno Chiappetta è stato organizzato e vissuto attraverso Facebook. Complici alcuni amici di sempre come Antonello Anzani e Mariano D'Ermoggine, che si sono premurati da subito di accogliere le spoglie mortali di Totonno, ed insieme a lui fare un ultimo giro attraverso i quartieri della città ed alcuni luoghi simbolo che hanno caratterizzato la vita artistica, ma non solo, di questo grande cosentino. Per tutta la giornata di giovedì dopo avere ricevuto piena disponibilità dal sindaco Mario Occhiuto, si è organizzata l'accoglienza ed il percorso, con l'orario di arrivo che veniva aggiornato in tempo reale. D'altra parte i 1082 chilometri che separano Monza da Cosenza sono tanti e sulla strada è sempre difficile fare previsioni esatte. <<E poi Totonno è sempre arrivato in ritardo, perché dovrebbe essere puntuale oggi?>> ricorda qualcuno. L'ultimo messaggio parlava delle 22.30 e puntuali a quell'ora al'ingresso dell'autostrada si cominciano a formare i primi capannelli.  Arrivano alla spicciolata amici, semplici conoscenti, volti noti della politica come l'avv. Enzo Paolini, e dell'arte cosentina di diversa espressione: Ernesto Orrico, Francesco Errante, Sergio Crocco Luca Scornaienghi ed altri, tutti amici di una vita come i cronisti presenti che una volta tanto metterebbero ben volentieri a posto taccuini e telecamere, perché serate come queste nessuno le vorrebbe raccontare. Tutti a raccontare il proprio Totonno per cercare di riscaldare una notte che gela il cuore. Alle 23.00 con l'arrivo del fratello Mauro, del figlio tanto amato Gigino, di sorelle e cognati, è il momento degli abbracci e di qualche lacrima che solca anche i visi più resistenti. I Vigili Urbani di servizio disciplinano il traffico e proteggono la folla che cresce di minuto in minuto, con gli automobilisti di passaggio che chiedono lumi e si sentono sempre rispondere: <<sta tornando Totonno>>. All'arrivo del feretro un abbraccio collettivo stringe il carro funebre. Gigino posa sulla bara il cappello a tuba protagonista dei mille spettacoli di Totonno, poi una sciarpa della Fiorentina e si parte per una piccola via Crucis laica, nella Cosenza brulicante di luci natalizie e silenziosa come non mai. Il corteo è tanto lungo da occuppare una buona parte della lunga sopraelevata che conduce a via Popilia per la prima tappa davanti al carcere, luogo di tanti spettacoli di Chiappetta. Il silenzio è irreale che sembra che anche i motori delle automobili portino il dovuto rispetto. Dopo avere attraversato tutta  la strada popolare per antonomasia, si arriva davanti a Palazzo dei Bruzi dove il sindaco Occhiuto attende anche lui da ore di rendere il doveroso omaggio a Totonno: suo è l'unico fiore che verrà posto sulla bara. Poi il corteo risale corso Telesio sino al teatro Rendano dove l'amico Mariano attende come una sentinella con il cuore pieno di dolore. Le luci che si riflettono sul palazzo dell'Accademia Cosentina, formano delle stelle metafora di quella che sta attraversando per l'ultima volta la città.  Poi una breve sosta sul belvedere che guarda alla città nuova con le sue luci ed il suo silenzio e poi via verso l'ultima sosta in via Zara davanti allo studio che, quando viene aperto, introduce al mondo, all'arte, alla vita di Totonno Chiappetta. Tutto è immutato come quando lo si andava a trovare per creare, discutere di politica o poesia, o semplicemente per ascoltare l'amabile parlantina che ancora risuona tra quelle mure cariche di immagini che sono non solo parte della vita di un grande uomo, ma anche di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incrociare questo grande uomo.

venerdì 5 dicembre 2014

Recensione Paolo Benvegnù "Earth Hotel tour" Teatro Auditorium Unical Rende (Cs) 03.12.2014


I concerti dal vivo si sa hanno mille sfaccettature e producono effetti diversi sul pubblico presente. A volte scatenano adrenalina, altre possono annoiare o, divertire, coninvolgere. Poche volte però riescono a rapire l'attenzione come è accaduto mercoledì sera al Teatro Auditorium dell'Unical con Paolo Benvegnù, protagonista con la sua band del secondo appuntamento della rassegna invernale di concerti  proposta dal Cams. Un concerto intimo che non ha fatto registrare il sold out come nel precedente appuntamento con i Marlene Kuntz, per via di molteplici ragioni di cui parleremo più avanti. C'è da dire che mai come in questi casi gli assenti hanno avuto torto, perché hanno mancato una clamorosa occasione per entrare in contatto con uno dei maggiori autori della parola cantata che esistono oggi nel panorama musicale italiano. Accompagnato dai fidati Michele Pazzaglia al  piano-synth, Andrea Franchi alla batteria e Luca Baldini al basso, Benvegnù in quasi due ore di concerto ha presentato il suo nuovo album "Earth Hotel" nella quasi totalità dei brani, attingendo per il resto al precedente "Hermann" ed andando a ripescare pochissimo dal passato.
Benvegnù ha lanciato sul pubblico le sue "pietre ambiziose" catturandone l'attenzione, a colpi di stanze aperte una alla volta, per svelare poco a poco una visione dell'amore, in un crescendo di emozioni avvolgenti. Dapprima calando un poker da "Heart Hotel ", seguendone l'ordine di tracklist e saltando, colpevolmente, "Piccolo sonetto maoista". Una sequenza memorabile aperta da " Nello spazio profondo" con il suo invito a cercare l'impossibile,  cui è seguito il singolo "Una nuova innocenza" con i suoi amanti dal linguaggio enigmatico. Poi "Avenida Silencio" e il suo intrecciarsi di lingue diverse nel testo, e la trascinante "Feed the distruction" che ha messo in mostra la felicità di un artista che, in perenne ricerca nell'abisso di se stesso, ha saputo ritrovarsi attraverso le cose che sa fare meglio, come dimostrato ampiamente dai larghi sorrisi sulle sue labbra. La musica di Paolo Benvegnù fa bene all'anima, diventa parte di un arricchimento che cresce brano dopo brano. Il concerto dopo questo inizio al fulmicotone, assesta il primo colpo da ko, con il trittico di canzoni più importanti tratte da "Hermann". "Love is talking", "Moses" e la meravigliosa "Avanzate ascoltate", hanno gia il carisma dei classici e chiudono la parte più d'impatto di un live set che ha ancora molte frecce da scagliare.  L'atmosfera rock viene smorzata da "Orlando" in cui l'amore materno che ha nutrito l'autore viene suggellato in un testo dalla poetica sublime, dove l'incedere quasi da ninna nanna trasporta in un mondo che sa di vissuto in chiunque sappia coglierne il senso. È questo uno dei momenti più intimi del concerto che ha proposto dopo "Piccola pornografia urbana" uno dei capolavori di Paolo Benvegnù.  "La schiena" è l'unico brano tratto da "Le labbra" (2008), e la "goccia che bagna la tua schiena" come ricorre nel testo, rende alla perfezione ciò che la musica di Benvegnù fa: traccia un solco ineludibile nell'anima. È il momento dello sguardo al passato, introducendo alcuni brani tratti dal suo primo album solista "Piccoli fragilissimi film" (2004), Benvegnù cita Alarico, visto che sino ad ora, a suo dire, si era parlato di "una piccola barbarie d'amore" e Umberto Balsamo per introdurre una delicata canzone d'amore più canonica ("Quando passa lei"), e poi con "Il mare verticale" e "io ho visto" chiudere il concerto.
Nei bis c'è spazio ancora per brani dei tre album già citati, con il pubblico in religioso silenzio,  ma rumorosissimo nel richiamare ancora sul palco la band, che non lesina altre perle come "Hannah" "Andromeda Maria" eseguita da solo, fino al gran finale di "Cerchi nell'acqua". Poi il rito degli autografi e delle foto cui Benvegnù non si è sottratto con la felicità che era disegnata sul volto di tutti. C'è da fare una piccola considerazione finale sulla scarsa partecipazione del pubblico cosentino, poco avvezzo alla qualità.  Se chi suona, chi è appassionato di musica, non sostiene iniziative come questa,  non potrà lamentarsi in seguito quando la musica di plastica la farà da padrona,  cosa che già succede. Per questo bisogna sostenere le piccole sacche di resistenza culturale che la città offre.
Medley Stefan Zweig/Hannah
Setlist
Nello spazio profondo
Una nuova innocenza
Avenida silencio
Feed the distruction
Love is talking
Moses
Avanzate ascoltate
Orlando
Piccola pornografia urbana
La schiena
Quando passa lei
Il mare verticale
Io ho visto
Stefan Zweig
Hannah
È solo un sogno
Andromeda Maria 
Sempiterni sguardi e primati
Cerchi nell'acqua
La schiena