lunedì 30 marzo 2015

Blonde Redhead Live Report Teatro Auditorium Unical Rende (CS) 28.03.2015

Ad essere sinceri avevo più di una remora se assistere o meno al concerto dei Blonde Redhead al TAU dell’Unical. Colpa delle ultime prove discografiche del trio italo-nipponico decisamente in tono minore e troppo virate verso l’elettronica che ha snaturato l’essenza di una band che tra il 1994 ed il 2000 aveva saputo ritagliarsi uno spazio importante nella scena rock internazionale, a colpì di un noise-rock estremamente efficace. Ma poi il ritorno in città dopo 14 anni dalla precedente esibizione (Invasioni 2001) e soprattutto il coraggio mostrato da Archimedia e Cams nel proporre un gruppo di elevata caratura culturale e “poco” sulla cresta dell’onda, andavano premiati con il sostegno dell’acquisto del biglietto in primis, e la presenza nel luogo migliore dove ascoltare la musica a Cosenza e dintorni.
E come me l’hanno pensata in tanti, visto che si è sfiorato il sold out, che non hanno voluto perdersi un concerto di grande qualità, e che sono stati ripagati da una bellissima esibizione che, nonostante sia stata incentrata in gran parte sui brani dell’ultimo disco (Barragàn) e  ha sofferto delle non perfette condizioni della voce di Kazu Makino,
è cresciuta, brano dopo brano, mostrando tutto il valore dei Blonde Redhead. Aperto dai primi due brani dell’ultimo album (Barragàn e Lady M) il concerto ha messo subito in evidenza la magia di suoni cesellati splendidamente sulle stratificazioni elettroniche delle tastiere sulle quali si innestavano i riffs della chitarra ed i pattern di batteria dei fratelli Simone ed Amedeo Pace. Il lavoro magistrale di chi era dietro al mixer, mi scuso per non conoscerne il nome, ha dato subito un valore aggiunto alla musica, trasmettendone un calore sorprendente. Le successive “Falling Man”  e “Hated Because of Great Qualities” tratte da Melody of Certain Damaged Lemons toccano al cuore i fans della prima ora, che magari avrebbero preferito uno sguardo maggiore sul passato, ma questa era l’ultima data del tour a supporto di “Barragàn” ed i brani di quel disco fanno gioco forza la parte del leone. Per questo dopo l’unico passaggio riservato all’album Penny Sparkle dal quale viene ripresa “Love or Prison” si torna all’attualità mantenendo il livello di crescita costante di un concerto che, senza troppi picchi, ha mantenuto alto il livello di tensione emotiva. Il calore delle luci, che tenevano volutamente in penombra i musicisti, e la perfezione degli intrecci vocali di Kazu e Simone,  restituiti alla perfezione dalla splendida acustica del Teatro, conquistano nota dopo nota il pubblico che mostra grande entusiasmo nei rari passaggi riservati agli album Fake Can Be Just a Good, “Bipolar” e Misery is a Butterfly, “Doll is Mine” e “Melody” quest’ultima eseguita come primo brano dei bis. La resa live dei brani di Barragàn ne ha migliorato la percezione qualitativa, soprattutto in brani come “Mind to be Head” e “The One I Love” che non hanno poi sofferto molto il confronto con classici come “Spring by Summer” tratta dall’album 23.Come sempre l’incedere sensuale, soprattutto quando imbracciava il basso, di Kazu Makino, rappresenta un valore aggiunto nelle esibizioni dei Blonde Redhead che hanno saputo conquistare il pubblico attraverso un percorso musicale, oramai ventennale, che ha cambiato decisamente pelle pur restando riconoscibilissimo. Il finale dedicato alle hit “Violent Life” e “23” sono stati il suggello di una serata che verrà ricordata a lungo dai presenti e che resterà a merito degli organizzatori, cocciuti ma consapevoli che la qualità alla fine paga sempre.


SETLIST:

Barragàn
Lady M
Falling Man
Hated Because of Great Qualities
Love or Prison
Mind to be Head
No More Honey
Bipolar
Doll is Mine
The One I Love
Dripping
Spring by Summer
-----
Melody
Defeatist Anthem (Harry and I)
Violent Life
23

martedì 24 marzo 2015

Steve Wynn + Cheap Wine live report Café Rossetti Trieste 20.03.2015

Steve Wynn e Marco Diamantini (foto R. Cifarelli)
 A volte i sogni si avverano. Bastava essere presenti al Caffè Rossetti di Trieste venerdì 20 marzo per toccare con mano e vivere la realizzazione del sogno di Marco Diamantini, che giovanissimo, si esercitava in cantina con un gruppo di amici sulle note di “Boston”, uno dei pezzi cult del repertorio dei Dream Syndicate di Steve Wynn, mai immaginando che circa trent’anni dopo l’avrebbe suonata fianco a fianco di uno dei suoi idoli di gioventù. Per fortuna e per la gioia di tutti i presenti, quello che si sperava è puntualmente arrivato al termine di un concerto intenso durante il quale l’artista californiano, in poco più di un’ora e mezza,  ha attraversato la sua carriera trentennale, pescando non solo nel repertorio del Sindacato del sogno, ma anche nella sua carriera solista ed in quella con i Gutterball ed insieme ai Miracle 3. E quando Steve ha chiamato sul palco i Cheap Wine per condividere il momento finale di una serata magica, ha mantenuto fede ad una promessa fatta molti anni prima quando ricevette la cassetta con i primi brani incisi dal gruppo pesarese e che avrebbero visto in seguito la luce nell’Ep “Pictures”. 
Nel ricordare l’episodio e le emozioni nel ricevere la cartolina inaspettata di risposta ecco come Marco Diamantini  ha sottolineato quanto sia stato decisivo quell'incoraggiamento,
la cartolina inviata da Wynn
attraverso il proprio profilo Facebook:
<<Eravamo solo dei ragazzi alle prime armi, ma con questa cartolina, Steve ci diede una spinta decisiva. Ci aiutò a credere nel progetto Cheap Wine e ci suggerì che la nostra musica aveva un senso. Ascoltò quelle canzoni e trovò il tempo di scrivermi queste parole piene di forza, anche se era impegnato nel tour di "Melting In The Dark". Con l'umiltà che è solo dei più grandi. Per questo, oltre che per la sua meravigliosa musica, condividere il palco con Steve Wynn è il coronamento di un sogno e di una storia "umana">>.Ma riavvolgiamo il nastro: Steve ha appena concluso il suo set e alle prime richieste di bis chiama i Cheap Wine a condividere il palco per i venti minuti finali di una serata memorabile, senza aver provato insieme. Non ce n’è bisogno! Partono le note inconfondibili di “Boston” per far ripartire le danze ed esplodere il Café Rossetti, Wynn guida il gruppo: Marco timidamente scopre che può cantare insieme al suo idolo. La chitarra di  Michele Diamantini non fa certo rimpiangere quelle di Karl Precoda e Paul B. Cutler, e tutti i restanti Cheap Wine si trasformano in una delle migliori “versioni” Dream Syndacate mai immaginate.
Foto Trieste is Rock
Il pubblico canta 
all'unisono trascinando i musicisti verso le vette che solo il rock’n’roll può generare. Su tutto il sorriso di Marco Diamantini la dice lunga su quello che sta accadendo. E si continua con una torrida versione di
“Amphetamine”  lato A di un singolo del 2003 poi ripresa nel best of  “What I Did After My Band Broke Up” che manda in visibilio il pubblico chiamato a raccolta da Trieste Is Rock. Dovrebbe finire qui la serata iniziata tre ore prima, ma il pubblico ne vuole ancora e mentre i Cheap wine iniziano a scendere dal palco, è lo stesso Wynn a richiamarli su e dopo avere dato indicazioni al granitico batterista Alan Giannini, parte con le prime note di “500 Girl Mornings” brano del 1999 pubblicato con i Miracle 3 nell’album “My Midnight”. Totalmente improvvisata, mai suonata dai Cheap Wine, ma l’intesa magica creatasi non lo fa capire, e sembra che tutti abbiano suonato insieme da una vita. Il pubblico è letteralmente in visibilio e canta all’unisono con i musicisti decretando il successo di una serata magica cha ha portato su a Trieste fans da ogni parte d’Italia,
Foto Renato Cifarelli
perfino dalla lontanissima Calabria, certi di potere assistere a quanto appena raccontato e ben organizzato dall’Associazione Trieste is Rock, che ha superato brillantemente anche l’imprevedibile cambio di location avvenuto negli ultimi giorni, ma che non ha inficiato minimamente la riuscita di una serata che si era aperta con lo show dei Cheap Wine. La tappa triestina del
Beggar Town Tour è stata ridotta giocoforza per la condivisione del palco con Steve Wynn, ma questo non ha tolto nulla all’intensità di uno show ricco di pathos. Aperto dalle note di “Fog On The Highway” il concerto si è sviluppato quasi integralmente sui brani di Beggar Town, mettendo in mostra la maturità raggiunta dalla band pesarese. Come sempre la chitarra di Michele Diamantini a farla da padrone, ma il sempre più bravo fratello minore, non risulta mai invadente con i suoi “solo” fronteggiato molto bene dalle tastiere di Alessio Raffaelli che cesellano le atmosfere intime di alcuni brani, mentre il basso di Andrea Giaro e la batteria di Alan Giannini danno corpo ad un sound che ha pochi rivali oggi in Italia. Tra i momenti migliori  di uno show molto ben calibrato, le nuove canzoni come “Muddy Hopes”, Beggar Town” e “Black Man” che hanno già la statura dei classici, e la ripresa di “Mary” e “Freak Show” accanta ad una meravigliosa e lunghissima versione di “Behind the Bars” tornata in pianta stabile nelle scalette dei concerti dei Cheap Wine, con grande soddisfazione dei fans di vecchia data. La chiusura come nell’album è stata affidata a “The Fairy Has Your Wings” una delle più belle canzoni mai scritte da Marco Diamantini sulla quale il lungo assolo di Raffaelli porta il live ad un climax di emotività unica.
I Cheap Wine durante il loro set
Poi è tempo di lasciare spazio alla leggenda di
Steve Wynn per il suo concerto solo elettrico che sta attraversando l’Europa. Wynn si presenta con una versione di “Tell Me When It’s Over” quasi trasformata in una torch song, spaziando poi lungo un vastissimo canzoniere da cui attingere e che gli fornisce la possibilità di creare anche solo con voce e chitarra, momenti in cui l’adrenalina possa scorrere a fiumi “Carolyn”, “The Day of Wine and Roses” , “Cloud Splitter” oppure avvolgersi nell’intimismo come in “Sustain” “Whatever You Please”, “Burn” e “I Ride Alone”, raggiungendo uno dei picchi emotivi durante l’esecuzione della cover di “Coney Island Baby” di Lou Reed. Trent’anni di carriera raccontati in un’ora e mezza di grande musica che ha suggellato, se mai ce ne fosse stato bisogno, la grandezza di uno dei più grandi songwriters americani.
Poi la jam finale già raccontata ed un dopo concerto fatto di attenzione verso il pubblico che è rimasto a conversare a lungo con l’artista. In chiusura un doveroso plauso a tutti i componenti dell’organizzazione di Trieste Is Rock, appassionati e competenti organizzatori di una serata meravigliosa che tutti i presenti terranno tra i ricordi più belli.


martedì 17 marzo 2015

Umberto Maria Giardini - intervista (via mail) 15.03.2015

Quando Sotterranei Pop era un programma radiofonico quotidiano, l’intervista ad Umberto Giardini era un appuntamento che attendevo con particolare trepidazione, conscio che parlare con lui, come con pochi altri autori della scena rock italiana, sarebbe stato un momento di particolare arricchimento per il sottoscritto e per gli ascoltatori. Avevo timore che affrontando il capitolo “Protestantesima”(quì la recensione) attraverso la freddezza delle domande inviate via mail, avrebbe potuto togliere immediatezza e spessore al nostro confronto dialettico. Per fortuna, come sempre, ci ha pensato il buon Umberto a sollevarvi dall’imbarazzo, rispondendo esaudiente mente anche in questa formula, per me nuova, che è andata come in radio: buona la prima. Buona lettura.

Partiamo dal titolo dell’album, cosa dobbiamo intendere per Protestantesima?
<<Protestantesima vuol significare tutto e niente allo stesso tempo. E' un titolo che mi girava da anni nella testa senza aver la possibilità di metterlo a fuoco l'ho scelto, poiché aveva, ha, un sapore polemico ma non troppo. Stava a significare che quello che si sarebbe ascoltato si distaccava da tutto e da tutti, per autolegittimarsi come un album importante sotto ogni punto di vista. Liriche, musica, arrangiamenti, singoli brani, significati, e tutto ciò che compone un ottimo disco di musica rock. Questo è Protestantesima, qualcosa che si distacca per sua natura ma che rappresenta tutto. In questo caso per tutto si intende la discografia italiana, al completo>>.
Il disco mette in risalto la sua anima profondamente rock, e riguardando al tuo percorso musicale, mi sembra rappresenti una naturale evoluzione del tuo “sentire”.
<<Sono stato sempre legato all'esperienza rock nel suo significato più profondo, anche se riconosco nella psichedelia il mio genere perfetto, il mio terreno in cui si saldano le mie radici. Protestantesima è inevitabilmente un evoluzione della mia musica, ma anche della mia vita. E' un disco in cui tutto si riflette e da cui viene rimbalzata una luce potentissima che scava dentro ognuno di noi>>.
Si coglie il grande lavoro in fase di produzione per offrire all’ascoltatore un bel suono segno, a mio avviso, di un grande rispetto per il pubblico a cui si rivolge.
<<Si, è esattamente così. Credo che nel tempo il mio pubblico sia sempre più maturo, non troppo giovane poiché le nuove generazioni comprendono poco di buona musica. Qualsiasi cosa gli propini va bene, purché ci siano amplificatori e chitarre distorte a palla. Ma anche non troppo vecchio perché molte persone invecchiando perdono l'affezionamento alla qualità, causa noia, stanchezza, disillusione verso la vita e i suoi significati soprattutto e appunto nel campo dell'arte. Ho sempre avuto un gran rispetto verso coloro che mi ascoltano e traducono i miei lavori nella giusta maniera, come non potrei.>>.

Lo hai pensato come se scrivessi per una band?
<<Può darsi, queste sono impressioni più riservate all'ascoltatore che giudica e tira le somme su ciò che ascolta. Di sicuro c’è stata tanta attenzione e del tempo ben impiegato per fare tutto come ci eravamo prefissati. Ho sempre goduto di molta libertà nel mio lavoro, e di certo la mia etichetta La Tempesta mi ha sempre regalato molta fiducia e serenità in termini compositivi. Quindi il risultato più delle altre volte ci ha dato ragione>>
Nel disco si coglie in più canzoni il ruolo portante della batteria, non solo relegata a “sostegno” dei brani.
<<Verissimo. La batteria e comunque tutta la sezione ritmica in Protestantesima è stata studiata nei minimi dettagli. Non a caso abbiamo scelto assieme al produttore del disco Antonio Cooper Cupertino di lavorare a Verona al "Sotto il mare studio" di Luca Tacconi. Abbiamo avuto la possibilità di avere grossi reverberi naturali, fondamentali e determinanti per l'idea che avevo e il risultato che volevo per questo album>>.
Si nota anche come tu abbia potuto usare una certa libertà di espressione musicale, dilatando i tempi in brani come “C’è chi ottiene e chi pretende”  o “Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare”.
<<Diciamo che l'etichetta di cantautore mi è sempre andata un po' stretta. Più che altro il ruolo di cantautore non mi si addice più. Quando ero Moltheni poteva essere affine e appropriato, ma oggi UMG ha una natura più ampia. Musicalmente ho avuto un enorme evoluzione, soprattutto ricominciando a studiare la chitarra elettrica mi si sono aperte tante e innumerevoli strade che avevo sempre o quasi tralasciato con il progetto precedente. Oggi non posso e non voglio essere considerato un cantautore, sono bensì un musicista che scrive suona e canta >>.
Passiamo ai temi lirici del disco: come sempre le relazioni a due si fanno sempre più difficili e fanno emergere una certa difficoltà a stabilizzarsi.
<<Scrivo solamente la verità. Oggi come anni fa (e sempre più) è l'incomunicabilità tra gli esseri umani che determina l'andamento della nostra vita, nonché il suo umore e le conseguenze che poi ne derivano. Non faccio altro che dire le cose come stanno, con una buona dose di pathos, di melodrammaticità e tanta onestà intellettuale>>.

Più che usare toni zuccherosi, descrivi l’amore mettendo l’accento su quello che può far male nel rapporto uomo/donna.
<<Forse è esattamente questo che determina "anche" i lavori di qualità da quelli superficiali. Se si ascolta dischi che vendono migliaia di copie come Gianna Nannini, Biagio Antonacci, Max Pezzali e tanti altri si capisce quale superficialità e soprattutto quale mediocrità di fondo ci sia. Quando scrivi devi farlo bene, io lo so fare.>>.
Amori che mi pare siano sempre raccontati al passato. É giusta questa mia  impressione?
<<Si, molto spesso si. Parlare al passato da un sapore romantico irraggiungibile rispetto che al presente e al futuro. Prevale sempre una sorte di sentimento velato che abbraccia il rimpianto, la malinconia e la sofferenza a me personalmente piace tantissimo>>.
 Non c’è cura al mal d’amore come dici in “Amare male”?
<<No, almeno per me. Mi sono innamorato poche volte nella mia vita, ma ciò che accade quando si soffre per amore è una cosa unica che non assomiglia a niente. Credo davvero che non ci sia una cura nella sofferenza per amore, come credo che l'amore sia una cosa misteriosa, un sentimento talmente astratto e inspiegabile che
non prevede cura, ma solamente percorso senza ritorno. Possono esserci deviazioni nel durante, ma non si può tornare indietro, non ce n’è spazio>>.
Nella denuncia sociale ad una certa Milano raccontata nel “Vaso di Pandora” in molti hanno letto una critica al mondo del rock italiano di successo. Tutta colpa della “piccola iena” citata nel testo. Volevi intendere davvero quello?
<<Il bello e il divertente della musica italiana sta anche in questo, ovvero che ognuno traduce sempre come meglio gli conviene, o per forza di cose facendo il tragitto piu' breve, perché' la mente spesso è pigra (sorrido). Nel Vaso di Pandora parlo della verità inattaccabile secondo la quale tutto il mondo rock e non, in Italia, orbita attorno alla cocaina. Senza l'esistenza della cocaina il nostro paese e la sua gente che si occupa perlopiù di musica sarebbe tanto tanto diverso. Questo accade ovunque, probabilmente di più a Milano dove la musica è stata sempre vissuta in maniera esagerata e cool. La citazione degli Afterhours "piccola iena" cade a pennello ognuno è libero di pensare quello che vuole e/o credere in quello che vede; io vedendo nel mio immaginario, gli After come la band milanese per eccellenza mi sono divertito a giocare su questa frase, nulla più. Sia perché la rima era perfetta, sia perché è divertente. Se avessi parlato del provincialismo del giro musicale romano avrei potuto dire lo stesso o citare un brano di Max Gazzè o dei Tiromancino ma saremmo qui a parlare d'altro.>>. 

Il disco contiene tante belle canzoni tra cui spiccano due meraviglie come “Seconda Madre” e “Sibilla” che a mio avviso si pongono ai vertici della tua produzione. Come nascono?
<<Nascono prendendo la chitarra e lavorando sodo in sala prove, spesso da solo. Provando e riprovando e riprovando ancora tante tante ore dei giri di accordi che si sposano bene tra di loro, o che al mio orecchio destro sembrano armoniosi ma non troppo. Poi ci si cuce con un lavoro attento e sopraffino un testo adeguato, profondo, poetico e luminoso, e il gioco è fatto. Credo sia una mia precisa metodologia  e un perfetto manierismo nel lavoro che mi aiuta poi a trovare sempre la giusta via nella costruzione di un brano; tuttavia alla base di ciò c’è semplicemente tanto lavoro, tante ore sopra lo strumento, tanta fatica e tanto appagamento nel viverla>>.
Nella mia recensione ho definito “Urania” come il pezzo “dissociato” dell’album nel senso che il suono marziale sembra slegato (magari poi non è così) dalla melodia cantata.
<<Urania è un brano hard e monotono, una sorta di bolero rock dove c'e' poco spazio per i cambi d'accordo. Più che dissociato dagli altri brani dell'album è un brano che alza la testa fin dall'inizio. E' temerario tutto qua. L'album è molto ben amalgamato piu' che altro con i suoni tutti molto simili. Abbiamo sperimentato molto con  la mia band e ognuno di noi ha avuto il giusto spazio per dire la sua. L'esperienza alle chitarre di Marco Marzo Maracas ha trovato pochissimi ostacoli durante il percorso di elaborazione del disco. Michele Zanni ha ricoperto il ruolo più importante nelle registrazioni poiché alla fine e in modo molto naturale l'ha quasi prodotto assieme a Cupertino. Giulio Martinelli invece ha imposto all'intero disco un sapore inequivocabile e riconoscibilissimo sia con le sue batterie, ma soprattutto con l'intenzione giusta nel suonare. Ciò ha causato l'inaspettata ma gradita amalgama tra tutti i brani, colori che non ci aspettavamo venissero fuori e che invece sono risultati la forza del disco. Io sono stato la mente che ha creato, ma tutti loro, in primis Cupertino, sono stati le braccia e la forza motore. Senza tutti queste fusioni di elementi e menti il disco sarebbe stato notevolmente diverso>>. 

E poi contiene quest’immagine che mi fa letteralmente impazzire quando recita: <<cambio le farfalle nel cervello…>> come nasce?
<<Nasce semplicemente concentrandosi tra quello che si vorrebbe dire e come dirlo, per poi cantarlo. É un processo poetico e di scrittura che non è facile da raggiungere, occorre molto tempo e tanta perspicacia. In Italia siamo appena due o tre al massimo capaci di interpretare i pensieri e trascriverli in questa maniera qua, ma non è poi cosi' importante, anzi, non lo è affatto.>>.
Il disco si chiude con la poesia “6 Aprile” di Ada Sirente da te musicata. Come mai hai scelto di inserirla come traccia nascosta? Per il suo incedere acustico un po’ fuori tema con il suono del disco? Oppure per rafforzarne la scoperta?

<< Ne l'una ne l'altra motivazione, o forse chissà per entrambe. Non lo so.. ho pensato confrontandomi con il mio produttore che poteva essere un ottima ghost track e nulla più. Ci ho pensato un po' su e poi l'ho fatto. Credo sia un brano che merita un po' di silenzio prima di essere ascoltato, la sua forza sta nell'isolarsi da tutto non abbiamo fatto altro che assecondarne la natura>>.

4 date italiane per i Radio Birdman

La formazione attuale dei Radio Bridman nella foto di Anne Laurent

Si concluderà in Italia il lungo tour europeo che i leggendari Radio Birdman affronteranno nei mesi di Giugno e Luglio per celebrare i 40 anni di attività e le ristampe dei primi due meravigliosi album in versione rimasterizzata ed espansa raccolti nel meraviglioso box set di cui abbiamo già scritto in questo post.
L'attuale formazione dei Radio Birdman comprende i membri originari Deniz Tek, Rob Younger e Pip Hoyle, insieme al bassista Jim Dickson, al batterista Nik Rieth ed al chitarrista Dave Kettley. Le quattro date italiane si terranno a:
01 Luglio - PADOVA - Go Down Fest
02 Luglio - LA SPEZIA - Spazio Boss
03 Luglio - SALSOMAGGIORE - Festival Beat
04 Luglio - BOLOGNA - Alchemica

di seguito invece il riepilogo completo di tutto il corposo tour europeo:

JUNE 10 - FRANCE - STRASBOURG - Laiterie
JUNE 11 - FRANCE - PARIS - Trabendo
JUNE 12 - FRANCE - LE HAVRE - Tetris
JUNE 13 - FRANCE - LA ROCHE - Fuzz Yon
JUNE 14 - FRANCE - BORDEAUX - Relache Festival
JUNE 16 - ESPANA - BARCELONA - Bikini
JUNE 17 - SPAIN - BILBAO - Kafè Antzokia
JUNE 18 - SPAIN - GIJON - Sala Acapulco
JUNE 19 - SPAIN - MADRID - Arena
JUNE 20 - SPAIN - VALENCIA - Loco Club
JUNE 23 - UK - LONDON- Dirty Water Club
JUNE 25 - NORWAY - OSLO - John Dee
JUNE 26 - SWEDEN - STOCKHOLM - Debaser
JUNE 27 - SWEDEN - GOTHENBURG - Pustervik
JUNE 28 - GERMANY - HAMBURG - Hafenklang
JUNE 30 - GERMANY - FRIEBURG - Cafè Atlantic
JULY 01 - ITALY - PADOVA - Go Down Fest
JULY 02 - ITALY - LA SPEZIA - Spazio Boss
JULY 03 - ITALY - SALSOMAGGIORE - Festival Beat
JULY 04 - ITALY - BOLOGNA - Alchemica


Al Via le votazioni per il Premio Amnesty International Italia e per il Premio Web Social



Al Via le votazioni per il 


Premio Amnesty International Italia 

e per il 

Premio Web Social


 

Amnesty International Italia e Voci per la Libertà - Una Canzone per Amnesty annunciano le 10 nomination tra le quali la giuria specializzata sceglierà ilPremio Amnesty International Italia 2015, il riconoscimento assegnato alla canzone italiana che, nell’anno precedente l’edizione del festival, ha più saputo promuovere i temi cari ad Amnesty International.

Ecco la decina di canzoni che concorrono al Premio Amnesty International Italia 2015:

- Alessandro Mannarino con “Scendi giù”
- Canzoniere Grecanico Salentino con “Solo andata”
- Cristiano De Andrè con “Invisibili”
- Daniele Ronda con “La rivoluzione”
- Fabi, Silvestri, Gazzè con “Life is sweet”
- Frankie Hi Nrg con “Essere umani”
- Gang con “Marenostro”
- Le luci della centrale elettrica con “Le ragazze stanno bene”
- Nada con “Sulle rive del fiume”
- Susanna Parigi con “Venivamo tutte dal mare”


Anche a voi, che ci leggete, chiediamo di diventare giurati, scegliendo tra coloro che si sono iscritti entro il 7 marzo al Premio Amnesty International Italia Emergenti chi sarà il vincitore del Premio Web Social!
Nell’anno della maggiore età del festival di Voci per la Libertà, il tradizionale Premio Web, infatti, diventa “social” per aumentare il proprio parterre de roi virtuale, raccogliendo le vostre preferenze su più piattaforme:

attraverso il sito ufficiale

la pagina Facebook

Il canale YouTube

Sarete dunque voi, attraverso i vostri click, a decretare il vincitore del pacchetto promozionale messo in palio dal Meeting delle Etichette Indipendenti e l’accesso diretto alle semifinali di Voci per la Libertà! Cosa aspettate!? Sotto con il voto! Avete tempo fino al 15 aprile per scegliere tra:

- Adolfo Durante con “Libertà”
- Andrea Andrillo con “Deserti di sale”
- Camillo Pace con “Adesso”
- Cranchi con “11 Settembre ‘73”
- Curealternative / The box brothers con “Anima fobia”
- Damanserpastelo! con “Ma non puoi fermare la storia”
- Daniele Goldoni con “Vorrei”
- Elena Sanchi con “Cuore Migrante”
- Golaseca con “Sud dei sud”
- Lorenzo Malvezzi con “Decreto 93”
- Malarazza 100% Terrone con “Zio Pino”
- Michelangelo Giordano con “Nella stanza chiusa a chiave”
- Mirko Leone con “Firmato Martin”
- Rescue Remedy con “Non ho voglia”
- Rita Zingariello (in acoustic mood) con “Grigio, nero, bianco”
- Sossio Banda con “Mère Amère”
- The moonlight opera con “The last night”

Se siete artisti e non siete ancora iscritti, ma volete fare sentire la vostra voce a sostegno dei diritti umani dal 17 al 19 luglio a Rosolina Mare (Rovigo), siete ancora in tempo, visto che il bando per gli emergenti rimane aperto fino al 18 aprile (a questo indirizzo).

giovedì 12 marzo 2015

Recensione Umberto Maria Giardini – Protestantesima (La Tempesta Dischi, 2015)

Con il secondo album a suo nome, Umberto Giardini compie un deciso balzo in avanti verso una maturità compositiva che è cresciuta disco dopo disco nel percorso che ha trasformato Moltheni in UMG. Protestantesima è un disco meraviglioso da qualsiasi lato lo  si guardi, partendo dalla sua copertina visionaria e criptica disegnata da Pasquale de Sensi passando per un impianto lirico sempre raffinato e finendo nel godere di un suono cesellato in ogni particolare. Partendo da quest’ultimo c‘è da dire che Protestantesima è un disco, per fortuna, profondamente rock che segna il confine tra chi utilizza il cantautorato in forma classica (Colapesce, Dente, Brunori et simili) e chi cerca di coniugare la tradizione italiana con quella del rock (Benvegnù, Cerea e naturalmente lo stesso Giardini). Il disco si apre con la title track un brano perfetto per sintetizzare temi musicali e letterali del disco: ritmica serrata, chitarre che guidano una melodia efficacissima, e tastiere che sorreggono  un testo poco “popular” ma che rappresenta il valore aggiunto di un singolo che, in un paese normale, godrebbe di un airplay massiccio. La successiva “C’è chi ottiene e chi pretende” mette in campo tutta la libertà espressiva del suo autore. Una lunga ballatta tutta giocata su di un tappeto di batteria e tastiere sulle quali si adagiano la delicatezza di un flauto che fa da contraltare alle chitarre che sembrano quasi lavorare in secondo piano, salvo poi aumentare d’intensità per creare delle variazioni di tema. Il testo, come in molte altre parti dell’album, guarda ai sentimenti ed un amore quasi sempre tormentato e finito inevitabilmente, letto al passato come nella successiva Molteplici e riflessi altro brano dal forte potere evocativo. Il vaso di pandora rappresenta una forte denuncia sociale alla Milano da bere e musicale dove “il denaro serve soprattutto perché piace la cocaina” mostrando le due facce tra chi si piega e chi riesce a distaccarsene. Dopo questa prima parte ricca ed emotiva, Giardini piazza un colpo da ko con la bellissima ballata “Seconda madre” uno dei pezzi più alti della poetica del cantautore marchigiano, cui segue “Amare male” un altro brano dedicato “al mal d’amore (per cui) cura non c’è” ma in cui l’autore mostra quale sia la strada da seguire per “convivere” con lui: serve “chi digerisce i mie no per le colpe che non ho”. Il mondo di Umberto Giardini torna a farsi estremamente visionario nella rarefatta “Sibilla” una ballata liquida che mette in risalto un  testo particolarmente ispirato e poetico. A spezzare l’armonia arriva poi “Urania” il pezzo dissociato dell’album, dove batteria e chitarre hanno un incedere marziale e ripetono monotone lo stesso tema lirico con piccole variazioni di tono, completamente slegate dalla melodia del brano che racconta di un altro amore inevitabilmente finito dove le giornate sono vuote d’amore ma piene di riflessione sul tempo perduto(?) e con la metafora del “cambio di farfalle nel cervello” che si fissa indelebilmente in mente.  Il disco si chiude con un’altra gemma poetica qual è “Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare” che rappresenta la summa di quanto ascoltato in precedenza. Come se non fosse abbastanza, “Protestantesima” è impreziosito dalla traccia nascosta “6 aprile” una poesia di Ada Sirente sulla tragedia del terremoto de L’Aquila, trasformata in delicata ballata acustica. In definitiva un album meraviglioso di rock in italiano, ben prodotto da Antonio “Cooper” Cupertino e suonato in maniera mirabile, che lo pone sicuramente come uno dei migliori dischi che è possibile ascoltare quest’anno.  



venerdì 6 marzo 2015

Colapesce live report Teatro Auditorium Unical Rende (CS) 05.03.2015

Il tour di "Egomostro" di Colapesce è approdato al Teatro Auditorium dell'Unical per l'unica data calabrese in una fredda e piovosa serata invernale che ha tenuto lontano il pubblico delle grandi occasioni, che certamente farà sfoggio di presenzialismo nelle prossime date della stagione Sounds Like TAU promossa dall’Università della Calabria, Il Centro Arti Musica e Spettacoli dell’Unical e Archimedia Produzioni, che vedranno protagonisti a fine mese Blonde Redhead (28/3) e Verdena (31/3). Un vero peccato perché la proposta musicale di Colapesce avrebbe meritato maggiore attenzione, per la qualità del suo cantautorato. Ma qui bisognerebbe aprire discorsi molto più ampi legati al localismo cosentino che non sono pertinenti al post in oggetto.
Un'immagine del concerto

Il quartetto Colapesce, tutto di rosa vestito, per omaggiare la copertina del secondo album, ha offerto uno spettacolo molto ben suonato pescando in gran parte brani tratti dal repertorio dei due album sin qui pubblicati, mettendo in evidenza i passaggi migliori sia di "Egomostro" che di "Un meraviglioso Declino". Le canzoni di Lorenzo Urciullo hanno mostrato anche nella versione live di essere ricche di sfumature sia letterali che musicali, mostrando un'artista in progressiva crescita che saprà dare ancora molto in un prossimo futuro, anche se, a dire il vero, il concerto ha mancato di spunti realmente coinvolgenti, lasciando pensare che la proposta sia molto più efficace se ascoltata su disco piuttosto che in concerto. Questo piccolo neo può essere che sia dovuto al modo sussurrato di cantare unito ad una comunicatività da palco che non mi pare essere nelle corde del frontman, oppure alla casualità di una serata con poco pubblico che ha frenato un po' i musicisti che hanno forse "patito" l'imponenza di un teatro impegnativo. Anche i contini cambi di chitarra hanno tolto il ritmo al concerto, sebbene la musica di Colapesce non è che debba essere ascritta alla categoria rock, per cui va fruita anche in maniera diversa. Nonostante queste carenze, magari dovute più alle aspettative diverse del sottoscritto, resta la qualità di una proposta decisamente sopra la media che rende merito agli organizzatori che sono riusciti ancora una volta ad intercettare il meglio di quanto la nuova musica italiana è in grado di proporre, e che andrebbero premiati con presenze maggiori al botteghino.

giovedì 5 marzo 2015

Recensione – Colapesce – Egomostro (42 Records)



Il ritorno discografico di Colapesce era molto atteso per verificare se il brillante esordio di “Un meraviglioso Declino”  uscito tre anni orsono, potesse venire confermato.La risposta, la diamo subito a scanso di equivoci, è positiva tanto da portarci ad affermare che “Egomostro” ci consegna un artista nuovo che si pone in scia con la migliore tradizione musicale italiana, il Battisti periodo Panella, ed internazionale con i chiari riferimenti ai Talking Heads che si possono riscontrare come “ispirazione” di ricerca per arricchire queste canzoni molto “intime” di un suono corale che sembrerebbe più prodotto da una band che da un solista. In Egomostro Lorenzo Urciullo, si pone su di un lato molto introspettivo compiendo un’analisi della propria vita ai tempi dell’ego smisurato che tutti più o meno abbiamo dentro di noi, e che ci fagocita più o meno giornalmente. La novità più interessante del disco risiede nella cura del suono e degli arrangiamenti sui quali viene adagiato il cantato sussurrato tipico del cantautore siciliano. C’è una varietà maggiore di stilemi come il funk di “Brezny” ripreso in maniera differente anche nella title-track, l’intimismo di brani come “Sottocoperta” e “Sold Out” che insieme a “L’altra Guancia”  si pongono in linea con il disco precedente. Poi ci sono importanti dosi di pop della migliore tradizione italiana come in “Reale” e nell’invettiva “Maledetti Italiani”, singolo che anticipò nel novembre scorso, l’uscita  di questo album. In definitiva Egomostro ci presenta un autore molto più maturo e capace di rinnovarsi in modo costante senza mai rinnegare ogni suo aspetto distintivo.   

martedì 3 marzo 2015

Ma cosa ne sanno al Comune di Cosenza di S. Giuseppe Rock?

Leggo da pochi minuti sul sito newsdicalabria.com la notizia data in anteprima, riguardo l’intenzione dell’amministrazione comunale di Cosenza di orientarsi a scegliere, per un unico concerto da inserire nelle manifestazioni della Fiera di S. Giuseppe, il nome dei Nomadi.
Nulla di strano visto il corso intrapreso in ambito culturale dall’amministrazione Occhiuto negli ultimi anni, e con tutto il rispetto per i Nomadi che hanno scritto una parte importante della storia della musica leggera italiana. Ma cosa c’entrano i Nomadi con S. Giuseppe Rock? Nulla. Cosa ne sanno assessori e consiglieri del sindaco Occhiuto di S. Giuseppe Rock? Nulla. Come accaduto da qualche consiliatura a questa parte, abbiamo assistito al progressivo depauperamento di un’idea culturale che aveva nella Festa delle Invasioni ed in S. Giuseppe Rock, due fiori all’occhiello che hanno fatto vivere stagioni indimenticabili alla città di Cosenza. Avendo avuto l’onore e la fortuna di far parte del team di ideatori dei due festival sopra citati, riuniti da Franco Dionesalvi, al tempo assessore alla cultura del giunta guidata da Giacomo Mancini Sr., mi permetto di ricordare come S. Giuseppe Rock sia stato ideato per dare spazio alla nuova musica italiana, mentre “Invasioni” era riservato agli artisti internazionali.
S. Giuseppe Rock nacque per dare una spinta propulsiva alle serate in fiera, allocando i concerti nell’area del mercato dell’Arenella, quindi al centro dei percorsi espositivi, proprio per far vivere la Fiera anche nelle ore serali. L’intento di S. Giuseppe Rock era quello di creare una vetrina per la musica emergente italiana, scegliendo fra nomi e band che di lì a poco avrebbero raggiunto un successo più ampio (Baustelle, Marlene Kuntz, Subsonica, PGR, Massimo Volume, Davide Van De Sfroos, Il Parto delle Nuvole Pesanti) accanto a nomi magari più di nicchia ma di grande spessore culturale, cui veniva affiancata, di edizione in edizione, la band calabrese che vinceva le selezioni di Arezzo Wave. Oggi tutto questo si è perso non tanto per l'inadeguatezza di chi ha proseguito l’opera, quanto per l’incapacità di sviluppare la storia  secondo un’idea ben precisa assegnata a questo festival.
Non basta dare il nome ad una serie di concerti in un preciso periodo dell’anno ed in un analogo contesto, per fare un S. Giuseppe Rock. Personalmente quando leggo il nome Nomadi associato a S. Giuseppe Rock, da ideatore di questo festival mi rivolto prima ancora di andare nella tomba. Con tutto il rispetto per il nome e per la storia dei Nomadi. 

Recensione La Fine – “Scontento” (Superdoggy Music, 2014)



Nonostante Cosenza sia ai margini della provincia dell’impero del rock italiaco, di per sé provincia del mondo, non sono mancati negli anni, esempi musicali capaci di travalicare i confini del Pollino e ritagliarsi un minimo di attenzione e credibilità atti ad  aggiungere la città dei Bruzi in un virtuale tour  musicale lungo la penisola.
Oggi un’altra band arriva a reclamare spazio e considerazione muovendosi sui territori aspri e poco appetibili come quelli del post hardcore, che in Italia vanta una lunga tradizione da esportazione (Raw Power, Negazione, Kina tanto per citare qualche nome di peso). Attivo da poco più di un anno il gruppo ha scelto  La Fine come nome d’arte con cui proporre il loro attacco sonico mirato a scardinare la quieta della scena cittadina e non solo. È bastato far circolare un piccolo demo per raccogliere subito l’attenzione di Karim degli Zen Circus che ha voluto pubblicare per la sua etichetta Il loro disco d’esordio “Scontento”, prodotto da un altro nome eccellente della scena italiana, vale a dire Andrea Sologni dei Gazebo Penguins. L’album come si conviene a questo sottogenere del punk, dura poco più di venti minuti e le sue sette canzoni si ascoltano tutte d’un fiato. L’attacco furioso di “Precipizio” mette subito in chiaro il disagio espresso a suon di testi e musica, non disdegnando di rincorre linee melodiche mascherate si, ma ben evidenti tanto da fare da filo conduttore. I numi tutelari del trio cosentino, composto da Gianluca Gallo (Voce e chitarra), Stefano Greco (basso) e Francesco De Napoli (batteria), vanno ricercarti oltreoceano (Fugazi, Jesus Lizard, Shellac, Girls Against Boys), ma anche a casa nostra (piccole venature di Uzeda sono riscontrabili qua e la), e su questi esempi importanti si nota una capacità compositiva capace di camminare orgogliosamente sulle proprie gambe. Il nichilismo è urlato attraverso testi un po’ criptici che parlano di amore e precarietà dell’esistenza, mentre la musica trova anche piccole pause quasi post rock, che come sempre preparano il terreno alle successive accelerate. Tra i brani meglio riusciti da citare oltre a ”Precipizio” vanno aggiunti “Cemento”, “Il futuro è un tempo sbagliato” e “perché la gente nasce” anche se in fondo tutte le sette tracce andrebbe menzionate. In definitiva possiamo parlare di un ottimo esordio che lascia ben sperare per il futuro.