giovedì 12 marzo 2015

Recensione Umberto Maria Giardini – Protestantesima (La Tempesta Dischi, 2015)

Con il secondo album a suo nome, Umberto Giardini compie un deciso balzo in avanti verso una maturità compositiva che è cresciuta disco dopo disco nel percorso che ha trasformato Moltheni in UMG. Protestantesima è un disco meraviglioso da qualsiasi lato lo  si guardi, partendo dalla sua copertina visionaria e criptica disegnata da Pasquale de Sensi passando per un impianto lirico sempre raffinato e finendo nel godere di un suono cesellato in ogni particolare. Partendo da quest’ultimo c‘è da dire che Protestantesima è un disco, per fortuna, profondamente rock che segna il confine tra chi utilizza il cantautorato in forma classica (Colapesce, Dente, Brunori et simili) e chi cerca di coniugare la tradizione italiana con quella del rock (Benvegnù, Cerea e naturalmente lo stesso Giardini). Il disco si apre con la title track un brano perfetto per sintetizzare temi musicali e letterali del disco: ritmica serrata, chitarre che guidano una melodia efficacissima, e tastiere che sorreggono  un testo poco “popular” ma che rappresenta il valore aggiunto di un singolo che, in un paese normale, godrebbe di un airplay massiccio. La successiva “C’è chi ottiene e chi pretende” mette in campo tutta la libertà espressiva del suo autore. Una lunga ballatta tutta giocata su di un tappeto di batteria e tastiere sulle quali si adagiano la delicatezza di un flauto che fa da contraltare alle chitarre che sembrano quasi lavorare in secondo piano, salvo poi aumentare d’intensità per creare delle variazioni di tema. Il testo, come in molte altre parti dell’album, guarda ai sentimenti ed un amore quasi sempre tormentato e finito inevitabilmente, letto al passato come nella successiva Molteplici e riflessi altro brano dal forte potere evocativo. Il vaso di pandora rappresenta una forte denuncia sociale alla Milano da bere e musicale dove “il denaro serve soprattutto perché piace la cocaina” mostrando le due facce tra chi si piega e chi riesce a distaccarsene. Dopo questa prima parte ricca ed emotiva, Giardini piazza un colpo da ko con la bellissima ballata “Seconda madre” uno dei pezzi più alti della poetica del cantautore marchigiano, cui segue “Amare male” un altro brano dedicato “al mal d’amore (per cui) cura non c’è” ma in cui l’autore mostra quale sia la strada da seguire per “convivere” con lui: serve “chi digerisce i mie no per le colpe che non ho”. Il mondo di Umberto Giardini torna a farsi estremamente visionario nella rarefatta “Sibilla” una ballata liquida che mette in risalto un  testo particolarmente ispirato e poetico. A spezzare l’armonia arriva poi “Urania” il pezzo dissociato dell’album, dove batteria e chitarre hanno un incedere marziale e ripetono monotone lo stesso tema lirico con piccole variazioni di tono, completamente slegate dalla melodia del brano che racconta di un altro amore inevitabilmente finito dove le giornate sono vuote d’amore ma piene di riflessione sul tempo perduto(?) e con la metafora del “cambio di farfalle nel cervello” che si fissa indelebilmente in mente.  Il disco si chiude con un’altra gemma poetica qual è “Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare” che rappresenta la summa di quanto ascoltato in precedenza. Come se non fosse abbastanza, “Protestantesima” è impreziosito dalla traccia nascosta “6 aprile” una poesia di Ada Sirente sulla tragedia del terremoto de L’Aquila, trasformata in delicata ballata acustica. In definitiva un album meraviglioso di rock in italiano, ben prodotto da Antonio “Cooper” Cupertino e suonato in maniera mirabile, che lo pone sicuramente come uno dei migliori dischi che è possibile ascoltare quest’anno.  



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