Recensione - Pond - Terrestrial (Mangovision, 2026)
Nel loro undicesimo album, gli australiani abbandonano parte della psichedelia più espansiva per un rock compatto, nervoso e politicamente inquieto, dove new wave e post-punk diventano strumenti di tensione più che semplice citazionismo. Con Terrestrials , i Pond scelgono di restringere il campo. Le regole di partenza sono chiare: niente fuzz, niente ballate, niente lunghe derive alla Pink Floyd. Per una band abituata all’accumulo e alla divagazione, è una scelta netta. Il risultato è un album più compatto, diretto e fisico, che sostituisce buona parte della psichedelia espansiva con un rock teso, venato di new wave, post-punk e goth da pub. Terrestrials suona più terrestre già dal titolo: meno spazio profondo, più attrito. I brani puntano su groove serrati, synth nervosi e chitarre asciutte, con una durata complessiva che evita dispersioni. È un disco pensato per muoversi, più che per perdersi; e proprio questa immediatezza ne definisce tanto la forza quanto i limiti. “ Sk...