Recensione - Joyce Manor - I Used to Go to This Bar (Epitaph, 2026)
Un disco che parla di luoghi che cambiano, e di persone che provano a restare sé stesse C’è una scena, all’inizio del nuovo disco dei Joyce Manor , che sembra uscita da un film indipendente: un uomo entra in un bar che non frequenta più da anni. Le luci sono più fredde, i tavoli diversi, i volti quasi tutti nuovi. L’unica cosa familiare è quella sensazione di essere fuori posto. È da qui che nasce I Used to Go to This Bar , un album che non racconta tanto la nostalgia, quanto il momento esatto in cui ti rendi conto che non puoi più tornare indietro. Il settimo disco della band californiana dura appena 19 minuti, ma ha il passo di un ricordo che non smette di bussare. Le canzoni arrivano rapide, come pensieri che si accavallano mentre guidi verso casa, eppure ognuna sembra trattenere un mondo intero. Barry Johnson canta con una voce che non è più quella dei vent’anni: meno rabbia, più stanchezza; meno urgenza, più lucidità. È una voce che conosce il peso delle cose che fini...