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Recensione - Courtney Barnett - Creature Of Habit (Fiction Records)

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  Courtney Barnett  ha sempre scritto canzoni come se fossero annotazioni a margine di una tradizione più ampia: quella dei songwriter per cui il rock non è mai stato una questione di virtuosismo, ma di osservazione, ripetizione e verità emotiva.  Creature Of   Habit , il suo quarto album, non rompe questo patto; lo rafforza. È il disco di un’artista che ha smesso di cercare una direzione nuova a ogni passo e ha imparato, invece, a camminare con decisione dentro il proprio ritmo. Dopo  Things Take Time, Take Time  (2021), l’album arriva in un momento di vera transizione. Barnett ha chiuso la sua etichetta Milk! Records, si è trasferita da Melbourne a Los Angeles e ha deliberatamente rallentato il suo processo creativo. Registrato inizialmente a Joshua Tree con  Stella Mozgawa  (che ha suonato rutte le parti di batteria) e  Marta Salogni , poi completato a Los Angeles con  John Congleton ,  Creature Of Habit  porta con sé lo spa...

Recensione - Deniz Tek - The Beat (Wild Honey Records, 2026) english version

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  There is something profoundly human about *The Beat*, something that goes beyond the music and beyond Deniz Tek ’s discography. It is an album that could never have come into being had it not been for this precise moment in his artistic life: a record built upon the drum tracks left behind by Ric Parnell , who passed away in May 2022, ten years earlier, during the sessions for *Mean Old Twister*. These were not takes intended to become an album. They were fragments, gestures, impulses. The sessions were recorded haphazardly, then set aside and forgotten. Years later, Ron Sanchez (guitarist with Donovan’s Brain and owner of Career Records ) stumbled across the recordings and sent them to Deniz. Listening to them again for the first time in almost a decade, Tek was struck by their clarity. Ric’s drum tracks were not vague ideas or rough sketches. Every take was close to perfection. Focused, musical, complete. Today, those performances form the beating heart of a work that soun...

Recensione Tyler Ballgame – For the First Time, Again (rough Trade, 2026)

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  C’è qualcosa di profondamente anacronistico e, allo stesso tempo, sorprendentemente necessario in  For the First Time, Again , il debutto di  Tyler Ballgame . È un disco che sembra arrivare da un’altra epoca, ma non come esercizio di stile: piuttosto come se qualcuno avesse trovato un vecchio nastro analogico in un cassetto di Laurel Canyon e avesse deciso di farlo suonare oggi, senza restaurarlo troppo, lasciando che le imperfezioni raccontassero la loro storia. Ballgame — voce da crooner ferito, presenza da outsider che non ha mai davvero scelto di esserlo — costruisce un album che vive interamente sulla sua vocalità. È una voce che non si limita a cantare: interpreta, sostiene, cede, si rialza. Una voce che conosce la teatralità di  Roy Orbison , la malinconia di  Lennon , la morbidezza di  Nilsson , ma che non si appoggia mai del tutto a nessuno di loro. È un timbro che sembra aver imparato più dalla vita che dalla tecnica, e questo lo rende immediata...

Recensione - Private Wives – Three of Swords (Farmer & he Owl)

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  Con Three of Swords (english version here) , le Private Wives firmano uno dei debutti più intensi e sinceri della nuova scena punk australiana, che sorprende per coerenza sonora, maturità compositiva e precisione emotiva. Un disco che unisce l’urgenza del punk contemporaneo alla cura timbrica del garage australiano più raffinato. Il trio di Wollongong — Phoebe Price (chitarra/voce), Lucy Spencer (basso/voce) e Zoe Lewis (batteria/voce) arriva al primo album con una chiarezza d’intenti sorprendente: raccontare il dolore senza filtri, trasformare la vulnerabilità in linguaggio, e farlo con un suono che non concede tregua. Registrato al Pet Food Factory e masterizzato da Mikey Young , il disco ha la ruvidità tipica del garage australiano, ma la scrittura guarda altrove: più diaristica, più emotiva, più vicina alla tradizione confessionale di band come Camp Co pe o Big Thief che al punk da slogan. Le Private Wives non urlano slogan: urlano verità personali. Three of Swo...

Recensione - The Vipers - How About Some More (Area Pirata Records. 2026)

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  Ci sono ristampe che servono a rimettere in circolo un disco dimenticato, e poi ci sono ristampe che riscrivono la storia. How About Somemore? nella versione che oggi pubblica Area Pirata appartiene alla seconda categoria. Non perché trasformi i Vipers in ciò che non sono mai stati, ma perché restituisce finalmente la complessità di una band che ha vissuto più di quanto abbia pubblicato. Il secondo album dei Vipers venne originariamente pubblicato nel 1988 quando la scena garage revival newyorkese aveva già superato il suo momento di massima vitalità. Il disco, all’epoca, passò quasi inosservato: troppo tardi per cavalcare l’onda, troppo maturo per attirare l’attenzione dei puristi. Questa edizione, però, non si limita a riproporre il materiale originale: lo espande, lo contestualizza, e lo riporta al centro della discografia della band. Questa ristampa è la prova definitiva che i Vipers erano una band migliore di quanto la loro discografia ufficiale lasciasse intendere. I...

Recensione - Peter Sellers And The Hollywood Party – To Make A Romance Out Of Swiftness (Area Pirata, 2026)

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  Ci sono ristampe che servono a rimettere in circolo un oggetto raro, e ristampe che riscrivono la percezione di un disco. Questa edizione di  Area Pirata records appartiene alla seconda categoria. Pubblicato originariamente nel 1989 per l’etichetta della band Apples & Oranges , To Make A Romance Out Of Swiftness è sempre stato un album‑fantasma: celebrato da chi l ’ aveva incrociato, invisibile per tutti gli altri. È uno di quei lavori che sembrano esistere in una zona liminale, sospesi tra ciò che la scena italiana era e ciò che avrebbe potuto diventare. La nuova edizione del 2026, in tiratura limitata a 300 copie e confezione digipack tri-fold , non solo lo rende nuovamente disponibile: lo ricolloca nel suo giusto posto, come uno dei lavori più singolari e visionari del garage‑psych italiano. Non è un’operazione nostalgica: è un invito a riascoltare con orecchie nuove un disco che, per ragioni storiche più che artistiche, era rimasto ai margini. All’epoca della s...

Recensione - The Belair Lip Bombs – Again (Third Man Records, 2026)

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  Come una giovane band australiana sta riscrivendo il jangle per una generazione che vive tra nostalgia e iper ‑presenza  ( english version here ) Negli ultimi quindici anni, l’Australia è diventata uno dei laboratori più fertili per la musica chitarristica: un ecosistema in cui il jangle — quella combinazione di chitarre luminose, malinconia gentile e immediatezza melodica — ha trovato nuove forme, nuovi linguaggi, nuove comunità. È un’eredità che parte dagli anni ’80, attraversa i sobborghi di Brisbane e Melbourne, e arriva fino alle camere da letto di una generazione cresciuta tra streaming, precarietà e un desiderio quasi ostinato di sincerità emotiva. Nel loro secondo album, Again , i The Belair Lip Bombs si inseriscono con sorprendente naturalezza nella lunga tradizione del jangle australiano, un’eredità che affonda le radici nei Go-Betweens e nei Lucksmiths e che negli ultimi anni ha trovato nuova linfa nella scena di Melbourne. La band sceglie di non replicare la...