Recensione - Ye Vagabonds – All Tied Together (River Lea,2026)
C’è un rischio, quando si parla degli Ye Vagabonds, che la critica corre da anni: quello di scambiare la delicatezza per profondità, la cura artigianale per visione, la quiete per maturità. All Tied Together, il nuovo album dei fratelli Mac Gloinn, è forse il punto in cui questo rischio diventa più evidente. È un disco impeccabile, elegante, registrato con una sensibilità quasi ascetica. Ma è anche un lavoro che, proprio nella sua compostezza, rivela un limite: la difficoltà di trasformare la propria poetica in qualcosa che davvero spinga avanti il discorso folk contemporaneo.
La scelta di pubblicare un album composto interamente da
brani originali è, sulla carta, un gesto importante. Gli Ye Vagabonds hanno
costruito la loro reputazione sulla capacità di abitare la tradizione senza
museificarla, di farla risuonare nel presente. Ma qui, paradossalmente,
l’abbandono del repertorio tradizionale non produce un salto creativo: produce
un disco che sembra voler dimostrare una maturità già data per acquisita, senza
però rischiare davvero.
La scrittura è pulita, controllata, a tratti fin troppo
levigata. Le melodie scorrono con grazia, ma raramente sorprendono. È come se
il duo avesse paura di disturbare l’equilibrio che li ha resi amati: un
equilibrio che, però, rischia di diventare una gabbia.
Philip Weinrobe, noto per il suo lavoro con Big
Thief, porta nel disco una produzione che privilegia l’intimità, la
vicinanza, la registrazione “respirata”. È una scelta coerente, ma anche
limitante. L’album sembra confinato in una stanza — la famosa casa di Galway —
e non sempre in senso positivo. La sensazione è che tutto sia calibrato per non
rompere l’incantesimo, per non introdurre elementi che possano disturbare la
superficie.
Il risultato è un suono bellissimo, sì, ma anche
prevedibile. Un’estetica che rischia di diventare formula.
Negli ultimi anni, la scena folk irlandese ha vissuto una
trasformazione radicale. Lankum hanno portato il folk verso territori
quasi industriali; Lisa O’Neill ha reinventato la figura della
cantautrice come visionaria; John Francis Flynn ha trasformato il
repertorio tradizionale in performance rituale. In questo contesto, la quiete
degli Ye Vagabonds non appare più come un gesto controcorrente, ma come una
scelta conservativa.
Non c’è nulla di male nel coltivare la delicatezza. Ma
quando tutto intorno si muove, si deforma, si espande, la delicatezza rischia
di diventare una forma di immobilità.
Temi come memoria, natura, perdita, casa — centrali nel
disco — sono trattati con sensibilità, ma raramente con profondità. Le immagini
sono evocative, ma spesso generiche. Le canzoni sembrano voler suggerire più
che dire, evocare più che raccontare. È una poetica che funziona quando c’è un
nucleo emotivo forte; qui, però, a volte sembra un modo per evitare il
conflitto.
Young Again, ad esempio, è una riflessione sulla
memoria che resta in superficie. Where the Heart Lies è una ballata
impeccabile, ma che sembra scritta per confermare un’identità più che per
esplorarla.
All Tied Together è un album che non commette errori.
Non c’è un brano fuori posto, non c’è una scelta discutibile, non c’è un
momento in cui il duo rischia davvero. È un disco che scorre con una grazia
quasi ipnotica, ma che raramente scuote, sorprende, interroga.
La perfezione formale, qui, diventa un limite. Gli Ye
Vagabonds sembrano aver raggiunto un punto della loro carriera in cui la
loro estetica è così definita da diventare autoreferenziale. Il disco è
bellissimo, sì — ma è anche prevedibile.
All Tied Together è un album che piacerà ai fan, che
confermerà la reputazione del duo, che offrirà momenti di grande bellezza. Ma è
anche un disco che non aggiunge molto al percorso degli Ye Vagabonds, né al
discorso più ampio del folk contemporaneo.
È un’opera elegante, coerente, curata. Ma non è un’opera
necessaria. E forse, per una band con il loro talento, questo è il limite più
grande.
pubblicato la prima volta su Freakout Magazine il 04/03/2026

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