Recensione - The Belair Lip Bombs – Again (Third Man Records, 2026)
Come una giovane band australiana sta riscrivendo il jangle per una generazione che vive tra nostalgia e iper‑presenza
(english version here)
Negli ultimi quindici anni, l’Australia è diventata uno dei
laboratori più fertili per la musica chitarristica: un ecosistema in cui il
jangle — quella combinazione di chitarre luminose, malinconia gentile e
immediatezza melodica — ha trovato nuove forme, nuovi linguaggi, nuove
comunità. È un’eredità che parte dagli anni ’80, attraversa i sobborghi di
Brisbane e Melbourne, e arriva fino alle camere da letto di una generazione
cresciuta tra streaming, precarietà e un desiderio quasi ostinato di sincerità
emotiva.
Nel loro secondo album, Again, i The Belair Lip
Bombs si inseriscono con sorprendente naturalezza nella lunga tradizione
del jangle australiano, un’eredità che affonda le radici nei Go-Betweens
e nei Lucksmiths e che negli ultimi anni ha trovato nuova linfa nella
scena di Melbourne. La band sceglie di non replicare la malinconia ombrosa del
jangle neozelandese targato Flying Nun, preferendo un approccio più luminoso,
più pop, più emotivamente accessibile. E lo fa con un disco che parla di cicli
emotivi, di ritorni, di fragilità quotidiane — ma lo fa con una luce tutta
australiana, una luminosità che non cancella l’ombra, ma la rende vivibile.
I The Belair Lip Bombs raccolgono un’eredità lunga
quarant’anni: dal jangle letterario ai sobborghi contemporanei. Per capire Again,
bisogna tornare oltrea ai già citati Go-Betweens, anche ai Triffids, ai Church:
band che negli anni ’80 hanno definito un’estetica chitarristica capace di
essere malinconica senza essere cupa, introspettiva senza essere
claustrofobica. Era un jangle diverso da quello neozelandese: meno minimalista,
meno ombroso, più narrativo, più legato alla luce e agli spazi aperti.
Negli anni ’90 e 2000, questa tradizione si è trasformata in
qualcosa di più intimo e domestico: i Lucksmiths, gli Even As We Speak,
i Cannanes hanno portato il jangle nelle case, nei piccoli gesti, nelle
relazioni quotidiane. Poi, negli anni 2010, Melbourne è diventata il nuovo
epicentro: Twerps, Dick Diver, Rolling Blackouts Coastal Fever, The
Ocean Party. Chitarre intrecciate, ritmiche elastiche, un senso di comunità
che si rifletteva nella musica.
I Belair Lip Bombs arrivano dopo tutto questo, ma non
sembrano schiacciati dal peso della tradizione. Again non è un disco che
guarda indietro con nostalgia museale: è un album che usa il jangle come
linguaggio vivo, come strumento per raccontare un presente emotivo complesso.
La prima cosa che colpisce di Again è la sua luminosità. Le
chitarre di Bradvica non cercano la dissonanza o la ruvidità lo‑fi:
sono pulite, brillanti, quasi trasparenti. È un suono che rifiuta l’oscurità
come estetica, ma non come tema. Mentre la voce di Maisie Everett
porta in primo piano una scrittura che esplora cicli emotivi, memorie
ricorrenti e fragilità quotidiane. Again and Again è il centro tematico
del disco, un brano che riflette sulla ripetizione affettiva con una
delicatezza che evita il sentimentalismo. Cinema osserva la distanza
emotiva attraverso una lente quasi cinematografica, mentre Burning Up
introduce una tensione più cupa, e presenta il testo più oscuro: parla di
consumarsi, di sentirsi sopraffatti, di emozioni che diventano troppo intense.
È anche il brano più metaforico, meno narrativo. suggerendo una possibile
evoluzione futura.
In Back Of My Hand con una leggerezza sorprendente,
si parla dell’intimità che perde smalto quando diventa routine, della
conoscenza profonda che si perde in quella prevedibilità che diventa
stanchezza.
Don’t Let Them Tell You (It’s Fair) presenta Il
testo più assertivo del disco. Parla di pressioni esterne, giudizi, aspettative
sociali. È un invito a non accettare narrazioni imposte.
La malinconia c’è, ma è una malinconia che respira.
In questo senso, i Belair Lip Bombs si distanziano
nettamente dal jangle neozelandese: niente atmosfere spettrali, niente
minimalismo motorik, niente cripticità. Again è un disco che vuole essere
capito, che vuole essere condiviso, che vuole essere vissuto.
La poetica della ripetizione: emozioni che tornano,
relazioni che si riaprono
Il titolo non è casuale. Again è un album costruito attorno
all’idea di ciclicità: relazioni che ritornano, pensieri che si ripresentano,
abitudini emotive difficili da spezzare.
Non c’è dramma, non c’è catarsi: c’è un movimento circolare,
quasi mareale.
È una poetica che appartiene profondamente alla generazione
attuale e diversa da altre band contemporanee: non c’è la rabbia politica di Camp
Cope, nemmeno il diarismo brutale dei Goon Sax, e neanche la
narrativa geografica dei Rolling Blackouts Coastal Fever.
Qui tutto è interiore, ma mai chiuso. Un disco che
appartiene a un luogo, ma non lo nomina. Una delle caratteristiche più
interessanti di Again è la sua capacità di essere profondamente australiano
senza mai dirlo esplicitamente. Non ci sono strade, quartieri, riferimenti
geografici.
Eppure, la luce, il ritmo, la spazialità del suono parlano
chiaramente di Melbourne, di un certo modo di vivere la musica come comunità,
come condivisione, come continuità.
È un disco che sembra nato in piccoli club, in case
condivise, in pomeriggi assolati. Un disco che porta con sé la tradizione senza
imitarla.
Se il jangle australiano degli anni ’80 era letterario,
quello dei ’90 era domestico, quello dei 2010 era comunitario, Again
rappresenta una nuova fase: il jangle emotivo, il jangle relazionale, il jangle
della ciclicità interiore.
È un disco che non vuole essere rivoluzionario, ma
significativo. Non vuole essere rumoroso, ma chiaro. Non vuole essere perfetto,
ma vero.
E in un panorama musicale globale che spesso premia
l’eccesso, la saturazione, la performance, questa scelta di misura, di luce, di
sincerità è forse la cosa più radicale che i Belair Lip Bombs potessero fare.
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Pubblicato la prima volta per FreakOut Magazine il 13/03/2026

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