Recensione - Marco Sanchioni - Canzoni per anime consapevoli e umane genti (Autoprodotto, 2025)

 


Marco Sanchioni
appartiene a quella ristretta categoria di artisti che non inseguono il proprio tempo, ma lo attraversano in diagonale. La sua opera non è mai stata allineata al mainstream, né alle mode dell’indie italiano: è un percorso laterale, coerente, ostinato, che ha trasformato la fragilità in metodo e la consapevolezza in poetica.

Se la musica italiana degli ultimi vent’anni ha spesso oscillato tra estetizzazione del disagio e ironia difensiva, Sanchioni ha scelto un’altra strada: la serietà come atto rivoluzionario.

Marco Sanchioni è tornato, un po’ di mesi fa, con un album che sembra scritto in un tempo sospeso, dove le parole hanno ancora un peso e la musica non è un sottofondo ma un compagno di viaggio. Canzoni per anime consapevoli e umane genti è un titolo che potrebbe sembrare troppo grande, ma qui non c’è arroganza: c’è un bisogno. Quello di dire qualcosa che non si può più rimandare. Uno di quei dischi che non cercano di piacere. Cercano di parlare.E se si ha ancora un orecchio disposto ad ascoltare, ci si accorge che certe voci arrivano come un amico che bussa alla porta in una sera di vento.

Il nucleo tematico del disco è la consapevolezza come atto di resistenza. A partire dal titolo che non è poetico ma programmatico, Sanchioni divide implicitamente il mondo in due categorie: le “anime consapevoli” che sono una minoranza vigile, critica, inquieta e le “umane genti” che altri non sono che quella moltitudine che vive, soffre, si muove senza interrogarsi troppo.

Il disco è un ponte tra questi due poli. Non vuole creare élite spirituali: vuole riconnettere. La consapevolezza, qui, non è illuminazione new age ma è un gesto politico, esistenziale, quotidiano: vedere ciò che c’è, anche quando fa male.

Nel brano d’apertura “Cristallo di rabbia” Sanchioni mette in campo una rabbia trattenuta espressa sotto forma di cristallo: solida, tagliente, trasparente, immobile, che non esplode ma si deposita. È una rabbia che non distrugge, ma osserva. La rabbia usata come lente, non come arma. È il primo segnale che il disco non vuole urlare: vuole far vedere. La canzone è retta da chitarre asciutte, quasi post‑punk nella loro essenzialità. La ritmica trattenuta, come se il brano volesse esplodere ma non lo facesse mai, mentre la voce in primo piano, senza protezioni non vuole conquistare ma sfidare chi ascolta.



Subito dopo, ne “Il potere non ti vuole felice”, si parla del potere non come entità politica ma come struttura invisibile. È un ecosistema di condizionamenti: con le sue aspettative sociali, i modelli di successo, la paura del fallimento, le dipendenze emotive e le narrazioni tossiche. Il simbolo centrale è la felicità negata: non come repressione, ma come distrazione continua. Il potere non ti opprime: ti intrattiene. Usa la distrazione come forma di controllo, la paura come collante sociale Non c’è moralismo: c’è un’analisi quasi sociologica del modo in cui veniamo addestrati a non ascoltarci. È uno dei brani più “politici”, ma senza slogan sorretto da una musica elettrica più nervosa, quasi un richiamo al rock civile italiano, mentre le linee vocali sono più dirette, meno intime.

Le canzoni scorrono come pagine di un diario lasciato aperto sul tavolo, dove trova spazio anche un cuore spirituale, nella coppia di brani “Guarigione” / “Rinascere”.

“Guarigione” è un brano che non promette nulla. La guarigione è un processo lento, incerto, spesso invisibile. I simboli ricorrenti sono il corpo che ricorda, la ferita che non si chiude, la voce che trema. Musicalmente è uno dei momenti più intimi del disco. La voce fragile, volutamente imperfetta è sorretta da un arrangiamento minimale, come se non volesse disturbare.

 “Rinascere” non rappresenta un trionfo, ma un rialzarsi stanco, un “ci provo ancora”. In questo brano Sanchioni usa come simboli il respiro, la luce che filtra, il passo che riparte per mettere in scena una spiritualità laica, concreta, senza dogmi. La musica è più dinamica rispetto a “Guarigione”. La ritmica cresce lentamente mentre le chitarre aprono lo spazio. È la seconda metà di un dittico emotivo.

Marco Sanchioni non parla solo di sé, ma posa il suo sguardo anche sulle vite degli altri.
“Il filippino” è un racconto sociale senza pietismo. Il simbolo è la distanza tra chi serve e chi viene servito, tra chi vede e chi non vede. Il lavoro invisibile con la sua dignità silenziosa e la solitudine in mezzo agli altri. È una canzone che ci invita a riflettere su chi resta invisibile nella nostra vita. È una ballata lenta, quasi folk che parla di distanza, asimmetria, umanità negata.

Mentre per focalizzare la paura del diverso, il cantautore marchigiano tratteggia una favola morale nel brano “La strega e l’imbecille” in cui usa due archetipi: la strega, ovvero la donna che sa, che vede, che non si adegua e l’imbecille, che altri non è che luomo che giudica, che teme, che punisce perché teme ciò che non capisce. Qui ci troviamo davanti ad una sorta di teatro civile in forma di parabola. La musica rimanda ai Nirvana con ritmiche incalzanti, chitarre taglienti, mentre la voce usa un tono teatrale quasi da cantastorie.

Il singolo “Ogni giorno vien da sé” è il brano più luminoso e più accessibile del disco  che illustra il tempo come maestro. Il tema è l’abbandono del controllo con il giorno che arriva senza essere chiamato. Al fluire del tempo la resa è attiva perché non tutto va capito, qualcosa va attraversato. È la canzone della resa attiva: accettare il flusso, smettere di controllare. Il giorno che “viene da sé” è un simbolo di fiducia nel tempo, nella ciclicità, nella vita che procede anche quando noi non sappiamo come. È il brano in cui Sanchioni dimostra di avere appreso bene la lezione impartita da Bob Mould e Grant Hart in alcuni dischi degli Hüsker Dü.



“Brividi” è un interludio emotivo. Una canzone diaristica, intima, quasi sussurrata. I “brividi” non sono sensuali: sono emotivi, esistenziali. È un brano sul corpo come luogo della memoria. Qui la strumentazione è ridotta e la melodia fragile creano un’atmosfera da confessione notturna.

Il penultimo brano è “Buon risveglio” una canzone che parla di coscienza, di apertura degli occhi, di ritorno al mondo. La simbologia usata è quella della la mattina come verità con la luce che non perdona e il risveglio come scelta. La musica ha una struttura semplice, quasi una ninna‑nanna al contrario.

La chiusura dell’album è cinematica. “La gare de la nuit” utilizza la notte come luogo di passaggio e una stazione notturna è un simbolo potentissimo: luogo di partenze, di attese e di solitudini condivise. La notte non è buio: è sospensione, per chiudere il disco non con una risposta, ma con un luogo. Le chitarre riverberate mettono bene in evidenza il tempo lento, quasi immobile.

Canzoni per anime consapevoli e umane genti è un album che parla di vedere, sentire, riconoscere, accettare, resistere e rinascere. Non è un disco che offre risposte ma è un disco che fa spazio. E oggi, in un mondo che riempie tutto di rumore, fare spazio è un gesto rivoluzionario. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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