Recensione - Courtney Barnett - Creature Of Habit (Fiction Records)
Courtney Barnett ha sempre scritto canzoni come se fossero annotazioni a margine di una tradizione più ampia: quella dei songwriter per cui il rock non è mai stato una questione di virtuosismo, ma di osservazione, ripetizione e verità emotiva. Creature Of Habit, il suo quarto album, non rompe questo patto; lo rafforza. È il disco di un’artista che ha smesso di cercare una direzione nuova a ogni passo e ha imparato, invece, a camminare con decisione dentro il proprio ritmo.
Dopo Things Take Time, Take Time (2021), l’album arriva in un momento di vera transizione. Barnett ha chiuso la sua etichetta Milk! Records, si è trasferita da Melbourne a Los Angeles e ha deliberatamente rallentato il suo processo creativo. Registrato inizialmente a Joshua Tree con Stella Mozgawa (che ha suonato rutte le parti di batteria) e Marta Salogni, poi completato a Los Angeles con John Congleton, Creature Of Habit porta con sé lo spazio e la chiarezza dell’ambiente circostante. Come in certi dischi di Neil Young registrati lontano dalla città, l’ambiente si insinua nella musica – non come atmosfera, ma come ritmo.
«Non esiste una melodia perfetta», canta Barnett in Mantis, «ma continuo a cercarla ogni mattina tra gli alberi». È una frase che funge anche da dichiarazione d’intenti. Barnett non sta inseguendo la canzone definitiva; sta documentando l’atto di cercare. La sua scrittura si basa ancora su sottili cambiamenti, progressioni di accordi essenziali e un'interpretazione vocale che rifiuta di esagerare l'emozione. La forza deriva dall'accumulo, dall'osservare gli stessi dubbi che tornano in forme leggermente alterate.
La produzione riflette questa moderazione. Le chitarre rimangono centrali, pulite ed elettriche, ma mai aggressive. La sezione ritmica si muove con un impulso costante e umano. La batteria di Mozgawa è particolarmente cruciale, dando solidità alle canzoni senza imprigionarle nella rigidità. Questa è musica da band nel senso classico del termine: organica, imperfetta e a proprio agio con lo spazio.
L’album si apre con Stay In Your Lane, che segnala immediatamente un cambiamento. Barnett passa dalla paralisi (“Mi sento come un pesce all’amo”) alla determinazione, cavalcando una linea di basso tesa e un’urgenza spezzata. È uno dei suoi brani di apertura più trascinanti, coronato da un finale improvviso e irrisolto che rispecchia il tema della canzone. One Thing At A Time segue un arco simile, partendo da un jangle-pop soleggiato prima di distendersi in una distesa psichedelica e sciolta. “Oh mio Dio, sono pronta per un cambiamento”, ripete – non come uno slogan, ma come una stanca presa di coscienza.
Altrove, Barnett spinge il suo sound in modi piccoli ma evidenti. Sugar Plum si appoggia a una chitarra pop squillante anni ’80, mentre Same si immerge in una malinconia più fredda e venata di synth che richiama la new wave più morbida di quel decennio. Questi esperimenti non sembrano mai forzati; sono integrati naturalmente nella sua voce di cantautrice. Great Advice riporta in auge il suo umorismo asciutto, accoppiando percussioni groovy e archi sospirosi con un testo che scrolla di dosso la cultura dell’auto-miglioramento a favore dell’auto accettazione.
Un territorio più familiare emerge in brani come Mostly
Patient, con il suo sobrio twang country-pop, e Site Unseen, dove le
armonie di Katie Crutchfield aggiungono calore senza smussare gli
spigoli di Barnett. Wonder e la conclusiva Another Beautiful Day
rivelano una ritrovata sicurezza melodica. Quest’ultima, che supera i cinque
minuti, sembra una tranquilla dichiarazione d’intenti: un’accettazione del
cambiamento non come trasformazione, ma come pratica quotidiana.
Dal punto di vista dei testi, Creature Of Habit
riprende i temi che hanno definito la carriera di Barnett: indecisione,
procrastinazione, sindrome dell’impostore. La differenza questa volta sta nel
tono. Mentre i dischi precedenti trasmettevano ansia e insicurezza, questo
suona sereno. Le abitudini non sono presentate come trappole, ma come
strutture: qualcosa in cui lavorare piuttosto che da cui fuggire.
Questo è ciò che rende Creature Of Habit il suo album
più “classico” fino ad oggi. Non perché guardi al passato, ma perché comprende
un principio fondamentale del rock: la longevità deriva dalla coerenza, non
dallo spettacolo. Courtney Barnett non insegue il momento. Lo
attraversa, con calma e determinazione. Così facendo, continua a costruire un
corpus di opere che appare sempre più solido, sicuro e silenziosamente
duraturo.
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pubblicato la prima volta su Freakout Magazine il 15/04/2026

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