Recensione - Station Model Violence – Station Model Violence (Anti Fade Records)
Una “bestia densa” di post-punk motorik tra jangle, sax e feedback: debutto australiano che trasforma la tensione in trance Ci sono dischi che ti prendono per mano e ti accompagnano dentro il loro mondo; e poi ci sono dischi che aprono la porta di colpo, ti spingono in una stanza già in movimento e ti chiedono di tenere il passo. L’esordio omonimo degli Station Model Violence appartiene alla seconda specie: una macchina a moto perpetuo costruita su pulsazioni motorik, chitarre in loop che scintillano e graffiano, innesti di sassofono e improvvise apparizioni di pianoforte, il tutto tenuto insieme da una voce asciutta, quasi monotona, che non cerca mai la teatralità ma inchioda il senso delle canzoni al pavimento. Dietro questa compattezza c’è una storia di migrazioni, stasi forzate e nuove urgenze. Daniel “DX” Stewart ( Total Control, UV Race ) si sposta a Sydney dopo i lunghi anni di lockdown e, invece di ripartire da un progetto solista, mette in piedi un gruppo vero: Buz Clatw...