Recensione – Radioactivity – Time Won’t Bring Me Down (Wild Honey, 2025)
Cosa sarebbe il mondo del rock senza le etichette indipendenti? Sicuramente un posto diverso dove ci saremmo persi tante band e dischi degni di nota di cui non avremmo conosciuto l’esistenza. Proprio nelle piccole label sparse in giro per il mondo, messe in piedi con pochi mezzi e tanta passione, sono nati e cresciuti fior di musicisti che in più di mezzo secolo alimentano il sacro fuoco del rock’n’roll, accanto ai colossi cui spesso e volentieri hanno fornito gli spunti sulle nuove correnti da seguire.
Faccio questa premessa per mettere in risalto ancora una
volta il meritorio lavoro di produzione che una label indipendente italiana
come la Wild Honey Records porta avanti da anni, incurante delle mode,
tenendo presente un solo dogma: la qualità della musica proposta ad ogni nuova
uscita, proprio quello che possiamo riscontrare in questa sua ultima
produzione: Time Won’t Bring Me Down dei Radioactivity.
Il merito della label spezzina, con un piede a Bergamo,
stavolta è rappresentato dall’avere contribuito, insieme alla statunitense
Dirtnap Records, al ritorno sulle scene della band capitanata da Jeff Burke per
dare corpo all’atteso seguito di Silent Kill pubblicato nel lontano 2015. Di
solito si dice che una band deve ponderare bene i passi prima di produrre il
cosiddetto “difficile terzo album”, ma non certo aspettare dieci anni. Tuttavia, il notevole intervallo tra Silent
Kill e Time Won't Bring Me Down ha permesso una naturale evoluzione del sound
dei Radioactivity.
Infatti, le undici nuove canzoni proposte da Burke, insieme al fido Mark Ryan (con lui anche nei Marked Men e nei The Reds oltre che nei Mind Spiders, O-D-EX) e Daniel Fried (Tv’s Daniel, Bad Sports) e Gregory Rutherford (Bad Sports) gettano un ponte tra il passato e il futuro della band di Austin, Tx. La Title track che apre il disco e la successiva Watch Me Bleed mettono subito in mostra l’accattivante power pop con venature punk che ha caratterizzato i primi due album, con brani veloci e serrati intrisi di melodie che catturano in fretta l’attenzione dell’ascoltatore. Ma già la successiva This One Time mostra come la scrittura di Burke abbia necessità di ritagliarsi spazi diversi.
Why così come One Day sembrano voler far
ritornare l’album sui suoi passi e dare una lezione su come dovrebbe suonare il
punk-pop veloce e ricco di hook. Ma nel disco c’è molto di più. "Ignorance
Is Bliss" accentua la venatura pop come si conviene ad un perfetto
brano da college-rock, mentre "I Thought" è una ballata malinconica,
Sleep e Analog Ways sono classicamente indie rock e portano il
suono verso territori più calmi e ricchi di atmosfere.
Il finale è davvero sorprendente con un brano molto
articolato come Shell che potrebbe svelare meglio di ogni altro la
direzione che i Radioactivity hanno intrapreso e che confluisce nella
conclusiva Pain, ancora una canzone malinconica, magistralmente costruita
e dal ritmo lento che mette il giusto sigillo a quello che è un vero e proprio
viaggio introspettivo e sensibile. Time Won’t Bring Me Down, infatti,
parla di amori falliti, speranze perdute, tempi difficili e della ricerca della
forza per andare avanti, argomenti che non sembrano adatti a brani rock &
roll allegri, come quelli presenti in questo bel disco.
Eppure, tutto funziona alla perfezione, dalla prima
all’ultima canzone, e mostra come la band sia stata capace di rinnovarsi pur
restando fedelmente sé stessa.
Pubblicato la prima volta su Freakout Magazine il 8/12/2025

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