Recensione - Snail Mail - Ricochet (Matador)
Snail Mail, Ricochet: crescere senza fare rumore
Con Ricochet, Lindsey Jordan torna a firmare un nuovo capitolo della storia di Snail Mail scegliendo consapevolmente di abbassare i toni. Dopo l’intensità emotiva di Lush e la drammaticità adulta di Valentine, il terzo album segna una fase diversa: meno urgenza confessionale, più distanza, più riflessione. Un disco che guarda al tempo che passa, alla mortalità e alle aspettative con uno sguardo lucido, spesso elegante, ma non sempre altrettanto tagliente.
L’apertura è promettente. “Tractor Beam” accende
subito il disco con chitarre jangly e un crescendo luminoso che mette in scena
uno dei temi chiave dell’album: la dissociazione, il sentirsi ai margini pur
investendo tutte le proprie energie nel tentativo di trovare una via d’uscita.
È un brano che ricorda perché, fin dall’EP Habit, Jordan venga
considerata una delle penne più sensibili dell’indie rock contemporaneo. Ma Ricochet
non insiste su quell’urgenza: preferisce allargare lo sguardo e rallentare il
passo.
Tematicamente, l’album segna un deciso allontanamento dal
heartbreak che aveva definito l’immaginario iniziale di Snail Mail. Qui
Jordan scrive della morte, di ciò che resta dopo, della paura di essere
sostituiti e della sensazione che il mondo continui a girare indipendentemente
dai drammi individuali. Brani come “My Maker”, “Nowhere” e “Hell”
sono attraversati da immagini ricorrenti di aeroporti, paradisi, attese e
luoghi di passaggio: metafore efficaci di una fase di vita in cui nulla sembra
più definitivo.
Non è un caso che Ricochet arrivi dopo anni complessi
per Jordan: l’intervento alle corde vocali, la logopedia, il trasferimento da
New York alla Carolina del Nord, una nuova stabilità personale. Tutti elementi
che si riflettono in una vocalità più controllata e levigata, tecnicamente
superiore ma meno ruvida rispetto al passato. Una crescita evidente, che però
divide: la voce, spesso sommersa da una produzione stratificata e sognante
firmata insieme ad Aron Kobayashi Ritch (Momma), perde a tratti quella
centralità emotiva che aveva reso immediati brani come “Pristine” o “Heat
Wave”.
Dal punto di vista sonoro, Ricochet guarda
apertamente agli anni ’90: grunge diluito, dream pop, shoegaze, alt-country e
power pop convivono in un disco curato e coerente, arricchito da ampi
arrangiamenti d’archi. Quando funzionano, questi elementi aggiungono profondità
e respiro cinematografico; quando no, finiscono per smussare gli spigoli di
canzoni che avrebbero beneficiato di una maggiore essenzialità. La parte
centrale del disco è quella più debole, con brani che scorrono piacevoli ma
faticano a lasciare il segno, penalizzati da ritornelli poco incisivi e
soluzioni già sentite.
I momenti migliori arrivano quando Jordan decide di
stringere di nuovo il campo. “Hell” è uno dei picchi di Ricochet:
una canzone tesa e diretta in cui la paura della morte viene affrontata senza
troppe metafore, sostenuta da chitarre ruggenti e da una struttura finalmente
affilata. Anche “Agony Freak” e la conclusiva “Reverie” mostrano
una Jordan più ironica e disillusa, capace di guardare con distacco sia alla
propria immagine pubblica sia alle dinamiche dell’industria musicale.
Il limite principale di Ricochet sta nella sua
costante tensione tra universalità e specificità. Nel tentativo di sottrarsi
all’autobiografia estrema che l’ha resa celebre, Jordan sceglie una scrittura
più velata e cauta. Una scelta comprensibile, forse necessaria dopo anni
passati a mettere tutto in piazza, ma che a tratti lascia la sensazione che
alcune canzoni si fermino un passo prima di colpire davvero. La struttura c’è,
il talento anche, ma non sempre il disco osa fino in fondo.
Ricochet resta comunque un album onesto e coerente,
il ritratto di un’artista nel mezzo della trasformazione. Non è il ritorno
travolgente che alcuni aspettavano, né un semplice disco di passaggio. È
piuttosto il suono di Lindsey Jordan che impara a convivere con il
silenzio, con le zone d’ombra e con l’idea che crescere non significhi
necessariamente brillare più forte. A volte basta rimanere in equilibrio mentre
tutto intorno continua a muoversi.
Pubblicato la prima volta su Freak Out Magazine il 1 maggio 2026

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