Recensione - The Stripp - Life Imitates Art (Ghost Highway Recordings, 2026)
In un mondo di dischi che chiedono attenzione a colpi di
concept e metadati, “Life Imitates Art” fa la cosa più semplice: suona.
Sembra registrato con l’idea che, prima o poi, qualcuno dovrà portarlo su un
palco appiccicoso, davanti a un pubblico che non è disposto a fare sconti a
nessuno. I The Stripp arrivano dal sottosuolo di Melbourne (terra che da
decenni produce rock come se fosse un bene di prima necessità) e qui impastano
hard rock di scuola australiana, Hi-energy rock’n’roll, nervo punk e una certa
disciplina power-pop: canzoni da tre minuti che sanno quando entrare, quando
mordere e quando lasciare il segno di un ritornello.
Pubblicato ufficialmente il 23 gennaio 2026, Life Imitates
Art arriva grazie al sostegno di un’alleanza internazionale di etichette.
L’edizione australiana è curata da Bottom of the Barrel, quella
riservata al mercato statunitense è di Spaghetty Town Records. In
Europa, la distribuzione è affidata ai veterani spagnoli di Ghost Highway
Recordings e quelli svedesi della Beluga Records, mentre la francese
Bad Reputation ne ha curato l’edizione in cd.
Formati nel 2019, i The Stripp (Bek Taylor, voce e
chitarra ritmica, Jason Zeke, chitarra e cori, Matt Brown, basso
e Andy Cass, batteria) sono il classico gruppo che cresce a vista
d’occhio tra soundcheck, furgoni e concerti in cui la band deve conquistarsi
ogni centimetro. Aver condiviso palchi con Supersuckers, ZEKE, Cosmic
Psychos, Stiff Richards e Hard-Ons non è solo una riga di
curriculum: spiega perché qui tutto è calibrato sul qui e ora. Le
canzoni hanno il passo del live — entrano, colpiscono, si tolgono di mezzo —
eppure mostrano una band che sta imparando a pensare in termini più ampi, senza
perdere la sua indole da club.
Se il debutto del 2022, Ain’t No Crime To Rock’n’Roll,
aveva la fretta e la fame del primo giro, qui si sente una band che ha imparato
a far pesare ogni colpo. Le chitarre restano ruvide (garage, non
boutique), ma l’immagine è più nitida: batteria e basso spingono come un
vecchio V8, e sopra ci sono quei cori che odorano di pub rock e di spigoli
proto-punk. Non c’è lucidatura inutile, piuttosto un’attenzione nuova alle
pause, ai cambi di marcia, a quel mezzo secondo in cui un riff può diventare un
gancio. È rock’n’roll classico nella grammatica, contemporaneo nell’urgenza.
Il guadagno principale è nella fiducia: il suono è
più pieno, i ritornelli più sicuri, la scrittura più attenta ai dettagli. C’è,
inevitabilmente, anche un rovescio: quando spingi così tanto su un’identità
precisa, qualche passaggio può sembrare familiare, quasi per inerzia. Ma è un
rischio che appartiene ai dischi di rock’n’roll fatti bene: la ripetizione
diventa stile, e lo stile — quando è solido — diventa firma. Qui la firma è
chiara e, soprattutto, credibile.
Il disco si presenta con “If You Want Me”, che parte
come un pugno amichevole: riff compatto, voce in primo piano, ritornello
disegnato per essere urlato da un tavolo traballante. Le successive “So
Long”, che profuma di garage, e “Good For Me” che spinge a rotta di
collo, tengono insieme immediatezza e mestiere: niente fronzoli, solo la
sensazione che ogni giro di chitarra abbia una destinazione. “Murder Mobile”
abbassa l’assetto e fa rombare il basso, con quell’ombra Lemmy Klimster che
attraversa la canzone senza trasformarla in esercizio di stile. “Turn Back
Time” porta dentro una vena più melodica (la linea è da power-pop ruvido,
alla Joan Jett), mentre “Gotta Go” è un concentrato di urgenza:
una fuga in avanti a colpi di downstroke e batteria dritta, il tipo di brano
che sembra scritto per far ripartire il set quando la sala inizia a distrarsi.
E poi c’è la scelta, tutt’altro che ornamentale, di chiudere idealmente il
cerchio con una cover: “MF from Hell” dei The Datsuns, suonata
come un omaggio a un’altra generazione di rock neozelandese/australe capace di
fare casino con stile. In coda, “The End” chiude con un mezzo sorriso
scuro, come quando le luci del locale si accendono e ti rendi conto di quanto
hai sudato.
Non è un disco che pretende di cambiare le regole:
preferisce ricordarti perché certe regole funzionano ancora. “Life Imitates
Art” è compatto, sanguigno, spesso irresistibile quando aggancia il
ritornello giusto; e, anche nei momenti più lineari, conserva quella qualità
che distingue i bravi mestieranti dalle band vere: la sensazione che ogni pezzo
nasca per spiegare, come meglio non si potrebbe, perché ultimamente l'Australia
è diventata un terreno fertile per alcuni dei migliori gruppi punk rock
contemporanei, dai The Chats e Amyl and The Sniffers ai Teen Jesus and the Jean
Teasers. E i The Stripp non sono da meno.
Pubblicato la prima volta su Freak Out Magazine il 20 maggio 2026

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