Sebadoh – Harmacy (Sub Pop 1996)

 

Mentre tra pochi giorni verrà pubblicato “There Near”, nuovo album dei Dinosaur Jr. che rappresenta il punto più alto della nuova vita del trio di Amherst riunitosi nella formazione originale (J. Mascis, Lou Barlow & Murph) nel 2005, il 20 agosto cade il trentennale della pubblicazione di Harmacy ottavo album dei Sebadoh, band fondata da Lou Barlow dopo che venne allontanato dai Dinosaur Jr. nel 1989 per evidenti dissapori con J.Mascis.

I primi dischi dei Sebadoh erano volutamente sfocati, che aspiravano ad essere marcatamente pop ma che venivano soffocati da un suono volutamente scarno e sghembo che ben presto diventerà un elemento chiave nell'ascesa del lo-fi come movimento distinto nell'indie americano degli anni '90,

Sia negli album pubblicati dalla Homestead (i primi tre), che in quelli pubblicati dalla Sub Pop, i Sebadoh misero in luce la natura eclettica delle loro pubblicazioni, frutto del diverso approccio al songwriting di Barlow e di Eric Gaffney prima e Jason Loweinstein poi. Barlow spiegò che ciò era in gran parte il risultato di aver trovato la propria strada nel processo di registrazione, piuttosto che del semplice fatto di recarsi in uno studio di registrazione per far fare tutto al posto loro.


La svolta arrivò soprattutto con l’album “Bakesale” del 1994 che impose la band all’attenzione di un pubblico più ampio, restando il loro album meglio focalizzato e quello in cui il suono diventa più coerente e si nota una maggiore enfasi sulle canzoni. Un disco perfettamente bilanciato dall’inizio alla fine: i singoli pop quasi commerciali (“Skull”, “Magnet’s Coil”, “Not a Friend”) si affiancavano a brani più grezzi (“License To Confuse” e altri) che erano altrettanto memorabilmente malinconici.

Ma prima ancora che la formula venisse affinata in “Harmacy”, il vero successo per Barlow arrivo inaspettatamente dal suo progetto parallelo Folk Implosion, messo in piedi con John Davis e in particolare, con la colonna sonora del cult movie Kids di Larry Clark e del brano Natural One che raggiunse la 20ma posizione nelle classifiche e fece di Lou Barlow la personificazione dell’indie rock.

Forte di queste due esperienze precedenti, Barlow e i Sebadoh cercarono un suono più corposo per “Harmacy”, riuscendo ad ottenerlo.  “Crystal Gypsy”, “Love to Fight” e la cover di “I Smell a Rat” dei Bags, che chiude l’album, sfoggiavano ciascuna una ribellione di ispirazione punk che serviva a spezzare il pop melodico e l’indie rock presenti nel resto del disco.

Il modo in cui Barlow e il collega autore Jason Loewenstein si completavano a vicenda, ispirandosi reciprocamente, è messo ben in evidenza dall’alternarsi di atmosfere presenti nel disco: la schiettezza compositiva di Lowenstein ha creato un bellissimo contrasto con lo stile più introspettivo di Barlow che viene espressa al meglio dall’intimità riflessiva del brano d’apertura “On Fire”, il primo singolo dell’album “Ocean”, “Beauty of the Ride” e “Prince-S”, e dalle dichiarazioni d’amore non proprio sottili presenti in “Willing to Wait”, mentre “Nothing Like You” mostra di saper mantenere un delicato equilibrio tra l’omaggio al passato del gruppo e il loro stato d’animo attuale.



Probabilmente Harmacy non è il capolavoro dei Sebadoh, forse perché è troppo frammentato, troppo discontinuo, «incoerente», ma è un disco che fa stare bene ascoltandolo, pur essendo un groviglio di tristezza e di cose che vanno o sono andate storte. Ma, soprattutto, c’è quella sensibilità quasi troppo empatica con cui Barlow parla delle difficoltà e delle incomprensioni, della mancanza di comunicazione, dell’impotenza e della frustrazione di fronte a relazioni che vanno in rovina senza che nessuno lo voglia davvero.



Nonostante le ottime recensioni ottenute all’epoca, Barlow non ha ricordi positivi riguardo all’album. . In un’intervista del 2012 con Stereogum, quando gli è stato chiesto della possibilità che *Harmacy* venisse ristampato in un’edizione deluxe – come era successo per *Bakesale* nel 2011 – Barlow ha spiegato che c’era un ottimo motivo per cui non avrebbe intrapreso un’iniziativa del genere:

«Ho davvero temporeggiato su quella questione perché quel disco proprio non mi piace», disse all’epoca. «Doveva essere il trionfante seguito di *Bakesale*, ma in realtà la Sub Pop investì una somma enorme in quel disco e ci mise in uno studio, e subito il tizio con cui stavamo lavorando ci disse: “Dovete licenziare il vostro batterista”.

E io ho pensato: «Oh, c***o». Ci stava dicendo che le canzoni non avrebbero mai avuto successo a meno che non avessimo cambiato batterista, il che ci ha messi di fronte a una decisione davvero difficile che, ovviamente, non abbiamo preso. Il batterista è rimasto. E, come c’era da aspettarsi, il disco non ha avuto il successo che avrebbe dovuto avere».

Barlow ha chiarito che lui non è riuscito a liberarsi dai sentimenti negativi legati alla realizzazione dell’album.  Ora, quando ascolto quel disco, sento solo la voce del nostro fottuto produttore che dice: ‘Queste canzoni non decolleranno mai’. Ci sono alcune canzoni in quell’album che adoro e ho davvero dato il massimo, ma lo ascolto e penso: ‘Sì, quelle canzoni non hanno davvero mai avuto il successo che avrebbero potuto avere».

Nonostante tutto questo, riascoltando oggi Harmacy  ci viene da pensare, guardando la foto di copertina come questa non raffiguri solo l’insegna rotta di una farmacia irlandese, ma che sia una parola e un luogo che non esistono (la «fabbrica del dolore»?!), un luogo dove, di tanto in tanto, non si può fare a meno di tornare.



 

 

 

 

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