Recensione - Station Model Violence – Station Model Violence (Anti Fade Records)
Una “bestia densa” di post-punk motorik tra jangle, sax e feedback: debutto australiano che trasforma la tensione in trance
Ci sono dischi che ti prendono per mano e ti accompagnano dentro il loro mondo; e poi ci sono dischi che aprono la porta di colpo, ti spingono in una stanza già in movimento e ti chiedono di tenere il passo. L’esordio omonimo degli Station Model Violence appartiene alla seconda specie: una macchina a moto perpetuo costruita su pulsazioni motorik, chitarre in loop che scintillano e graffiano, innesti di sassofono e improvvise apparizioni di pianoforte, il tutto tenuto insieme da una voce asciutta, quasi monotona, che non cerca mai la teatralità ma inchioda il senso delle canzoni al pavimento.
Dietro questa compattezza c’è una storia di migrazioni,
stasi forzate e nuove urgenze. Daniel “DX” Stewart (Total Control, UV
Race) si sposta a Sydney dopo i lunghi anni di lockdown e, invece di
ripartire da un progetto solista, mette in piedi un gruppo vero: Buz
Clatworthy e Alan Gojak (R.M.F.C.), Micky Grossman e Michael
Hassett (Den), più Nick Kuceli (Gaud) al sax. Il
materiale nasce da tre vene che finiscono per intrecciarsi: demo che non
trovavano spazio altrove, canzoni rimaste sospese in una band “non nata” (KX
Aminal) e brani scritti collettivamente dalla formazione definitiva. È un
album che suona, coerentemente, come un ricominciare senza cancellare nulla:
somma e sintesi di vite spese nel punk australiano, ma con una fame di forma e
di dettaglio che guarda oltre la semplice urgenza.
Il loro lessico è quello del post-punk, ma parlato con una
grammatica aggiornata. La dodici corde di “Learn to Hate” evoca per un
attimo la luce obliqua della new wave più melodica (e inevitabilmente il
fantasma di certo jangle alla Joy Division), salvo poi rivelare una
minaccia sottopelle: la ripetizione non è un vezzo, è un’arma. Le chitarre si
inseguono come in un duello controllato, tra il clangore nervoso dei Wire
e la disciplina ritmica dei Gang of Four, mentre il feedback assume il
ruolo di paesaggio — a tratti con quell’eleganza “Eno/Fripp” capace di
trasformare un riff in atmosfera. E sotto, costante, scorre la benzina kraut:
non tanto citazione quanto metodo, un modo di pensare la tensione come trance,
la corsa in avanti come stato mentale.
Non sorprende allora che il manifesto si chiami “Heat”.
Nella versione album dura oltre otto minuti e funziona come un monolite con una
propria gravità: parte da un groove serrato, accumula strati, lascia che il sax
strisci tra le pieghe e che la chitarra apra fenditure sempre più larghe, senza
mai concedere un’esplosione risolutiva. È un pezzo che ti costringe a
ricalibrare l’attenzione: se cerchi la gratificazione istantanea, “Heat”
ti lascia fuori; se accetti la logica della progressione, diventa un evento, un
viaggio a densità crescente in cui la band dimostra quanto sia possibile essere
epici senza gonfiare i muscoli.
Intorno a quel centro, la scaletta gioca di contrasti e di
false sicurezze. “Leisure” è forse la canzone più “contagiosa”, ma
proprio per questo la più inquietante: doppio tintinnio di Rickenbacker, synth
che offusca l’aria, immagini in cortocircuito (“svago totale / guerra totale”)
cantate senza alzare la voce. “Drip Away” è una palla di cannone: death-rock
in accelerazione, punk ridotto all’osso e poi riacceso, come un allarme che non
smette di lampeggiare. Quando l’album sembra sul punto di scivolare fuori dai
confini in “Two Eyes For An Eye” — deviazione che sfida i generi con una
sicurezza quasi giocosa — “Crepe Throne” lo riporta al cuore: compatta,
costante, con una muscolatura appena accennata che rimette a fuoco l’etica
della band.
Il punto forte, però, è la sensazione di controllo dentro la
complessità. Il sax non è un ornamento “arty”: entra quando serve a cambiare la
temperatura del brano, a renderlo più carnale o più sinistro. Il pianoforte
compare come un oggetto estraneo che improvvisamente risulta inevitabile (in “Cliffs”,
ad esempio, apre una prospettiva più ampia, quasi da ballata deformata). Le
parti di chitarra si ripetono abbastanza a lungo da diventare ipnotiche, ma
ogni ripetizione sposta qualcosa — una sfumatura armonica, un accento ritmico,
un feedback che si allarga — come se la band stesse regolando lentamente le
manopole fino al punto esatto. Succedono molte cose, eppure nulla diventa
confuso: è tensione che si organizza, non caos che deborda.
Anche i testi lavorano per accumulo e attrito: ansia da
sorveglianza, trame della vita moderna, immagini di degrado e di futuro
prossimo (l’apocalisse a guida IA di “Drip Away”, la
claustrofobia “mould music” di “Immolation”), fino a una morale che non
suona mai come slogan. DX canta “impara a odiare alla luce del giorno” come si
enuncia una regola di sopravvivenza: senza enfasi, senza catarsi, con una
frustrazione controllata che rende più credibile ogni parola. È una scelta
cruciale: se la voce avesse cercato l’isteria, l’album sarebbe diventato un
esercizio di stile; così, invece, resta umano dentro la meccanica.
Gran parte del merito va anche alla produzione: le
registrazioni tra Melbourne e Sydney e il mix di Mikey Young (figura
chiave dell’underground australiano) riescono a far convivere densità e
leggibilità. È davvero una “bestia densa”, ma non una muraglia indistinta:
senti il metallo delle corde, l’aria attorno ai tamburi, la grana del sax, e
soprattutto percepisci come la band giochi con lo spazio, lasciando che certi
riff restino sospesi “in un angolo dell’orecchio” anche quando la canzone si è
già spostata altrove.
Il finale, “Falling Down”, chiarisce cosa rende
speciale questo disco: la band può permettersi un’accelerazione punk distorta e
insieme tornare a quelle spirali di chitarre che si avvolgono l’una sull’altra
come coreografia, con un’energia cinetica che non chiede di essere “compresa”
ma solo seguita. È uno di quegli album che restano vicino al giradischi per
settimane: ogni ascolto fa emergere un dettaglio, un incastro ritmico, una
linea che prima sembrava semplice e poi si rivela ossessiva, studiata, inevitabile.
In un’epoca in cui il post-punk rischia spesso di vivere di tropi consumati,
gli Station Model Violence non lo “rilanciano” con un colpo di teatro:
scavano canali nuovi dentro solchi vecchi, e la corrente torna a scorrere.
Forte, tesa, stranamente luminosa.

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