Recensione - The Bobby Lees - New Self (Epitaph)

 

Dopo un periodo in cui la vita da band punk rock indipendente ha mostrato il suo volto più logorante — tour a basso budget, spese difficili da recuperare, stanchezza fisica e mentale — i The Bobby Lees tornano con New Self, un album che sembra nascere esattamente dal punto di rottura. La pausa annunciata nel 2023 poteva apparire come l’anticamera della resa; invece, l’intervento inatteso di Jason Momoa, fan dichiarato del gruppo e disposto a finanziare il disco dopo averli ospitati nella serie HBO On the Roam, ha trasformato quella crisi in una ripartenza feroce.

Ne esce un lavoro breve, compatto e nervoso: otto brani che condensano frustrazione, sarcasmo, autocoscienza e puro divertimento rock’n’roll. New Self non tenta di mascherare le difficoltà attraversate dalla band; le trasforma in carburante. Sam Quartin canta e scrive con una forza impressionante, dando voce alla fatica di farsi ascoltare, alla precarietà economica e alla rabbia di chi, nonostante tutto, continua a salire sul palco. “Give”, “Napoleon”, “The End”, “All I Got” e “Got Me Good” raccontano questa tensione con lucidità e istinto, alternando confessione, sfida e desiderio di liberazione.

Sul piano sonoro, l’album è un’esplosione di punk garage, blues sporco, energia hardcore e scatti quasi hip-hop. “Give” apre il disco con un impatto minaccioso e incandescente; “Napoleon” funziona come un singolo ad alto numero di ottani, a metà tra autocelebrazione e sfogo da cantare in coro; la title track corre su riff robusti e un’attitudine che richiama tanto gli anni Novanta quanto la fisicità abrasiva degli IDLES. Qua e là affiorano, soprattutto nel modo di cantare, echi di Beastie Boys, Rage Against The Machine, Jack White e PJ Harvey, ma il DNA della band resta riconoscibile: ruvido, diretto, viscerale.

Tra i momenti più riusciti spicca la cover di “50 Foot Queenie” di PJ Harvey, qui ribattezzata “50 Ft”: più che un semplice omaggio, una creatura nuova, spinta da un basso massiccio e da un’interpretazione vocale ancora più esuberante. “Red Hot”, con le sue venature hip-hop e salsa, chiude invece il disco con una scarica fulminea di sensualità, ironia e sfrontatezza, ricordando che, nonostante il peso del percorso affrontato, i The Bobby Lees non hanno perso il gusto per il caos e per il divertimento fisico del rock.

La produzione di Dave Sardy e Alex Pasco, abituati a lavorare con nomi del calibro di Foo Fighters, Beck, Paul McCartney e Rolling Stones, non addomestica la band: ne amplifica la potenza. Il suono è più pieno e definito rispetto al passato; la voce e la chitarra di Sam Quartin conservano tutta la loro urgenza, mentre il basso di Kendall Wind e la batteria di Macky Bowman acquistano peso, profondità e presenza. È, con ogni probabilità, il disco più compatto e soddisfacente che il gruppo abbia realizzato finora.

Il principale limite di New Self coincide quasi con una qualità: la brevità. Con otto tracce, quasi tutte sotto i tre minuti, l’album colpisce e svanisce prima di perdere intensità, lasciando però il desiderio di qualche minuto in più. Proprio questa concisione, tuttavia, rafforza l’impressione di trovarsi davanti a un disco necessario, nato non per riempire spazio ma per liberare pressione.

Breve, tagliente e sorprendentemente vitale, New Self fotografa una band uscita ammaccata da un periodo difficile, ma tutt’altro che ridimensionata. I The Bobby Lees suonano più concentrati, più consapevoli e più feroci che mai. È un ritorno energico e convincente: una catarsi punk di prim’ordine, rabbiosa quanto divertente.




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