Recensione - Pond - Terrestrial (Mangovision, 2026)

 

Nel loro undicesimo album, gli australiani abbandonano parte della psichedelia più espansiva per un rock compatto, nervoso e politicamente inquieto, dove new wave e post-punk diventano strumenti di tensione più che semplice citazionismo.

Con Terrestrials, i Pond scelgono di restringere il campo. Le regole di partenza sono chiare: niente fuzz, niente ballate, niente lunghe derive alla Pink Floyd. Per una band abituata all’accumulo e alla divagazione, è una scelta netta. Il risultato è un album più compatto, diretto e fisico, che sostituisce buona parte della psichedelia espansiva con un rock teso, venato di new wave, post-punk e goth da pub.

Terrestrials suona più terrestre già dal titolo: meno spazio profondo, più attrito. I brani puntano su groove serrati, synth nervosi e chitarre asciutte, con una durata complessiva che evita dispersioni. È un disco pensato per muoversi, più che per perdersi; e proprio questa immediatezza ne definisce tanto la forza quanto i limiti.

Skyworks” apre con il tono giusto: sintetizzatori in tensione, passo quadrato e una minaccia trattenuta, legata a un immaginario di crisi climatica imminente. “Casuarina”, che prende il nome dall’albero di She-Oak, è uno dei picchi, tra energia punk, ritornelli glam e pulsazione dance, ma sotto la spinta del brano affiorano riferimenti al lavoro precario, alle disuguaglianze e se la prende con la magnate mineraria australiana Gina Rinehart, abbandonando con orgoglio ogni sottigliezza e parlando del mercato del lavoro poco promettente.

“Through the Heather” sposta l’album su un registro più notturno e cinematografico, con un testo che suggerisce isolamento e fragilità privata. “Two Hands”, invece, è il centro politico del disco: un brano di protesta sulla distruzione dei rifugi sacri di Juukan Gorge, costruito però come pezzo ritmico e muscolare.

A proposito di questo brano Nick Allbrook ha dichiarato a Stereogum: «Questa canzone parla di quando la compagnia mineraria Rio Tinto ha fatto saltare in aria la Juukun Gorge nella catena montuosa degli Hammersley, nell’Australia Occidentale. Hanno distrutto dei rifugi rocciosi sacri che rivestivano un’enorme importanza archeologica, culturale e spirituale. Questi rifugi contenevano una sequenza culturale che abbracciava 46.000 anni e che era stata custodita dalle comunità indigene locali».

Il contrasto tra forma ballabile e contenuto inquieto è l’aspetto più riuscito dell’album. La superficie guarda agli anni Ottanta — Magazine, Sisters of Mercy, pub-rock australiano — ma i testi restano legati a temi concreti: crisi ambientale, sfruttamento del territorio, identità nazionale, memoria rimossa. In “Two Hands” la rabbia contro la compagnia mineraria Rio Tinto passa attraverso immagini di mani che possono stringersi in un pugno; nella title track, l’idea degli esseri umani come “terrestri” diventa una formula amara, a metà tra autoironia e condanna. Non sempre i riferimenti locali arrivano con immediatezza, ma danno al disco un peso specifico superiore alla semplice operazione di stile.

La compattezza, però, ha un costo. Alcune soluzioni tendono a ripetersi: certi riff, alcune pulsazioni ritmiche e diversi cori da chiamata collettiva finiscono per ridurre la varietà del disco. “The Fatal Shore” e “Personal Hell” funzionano nel flusso, ma non lasciano il segno quanto i brani migliori. Chi cerca i Pond più visionari e sregolati potrebbe avvertire una certa mancanza di respiro.

Detto questo, la scelta di sottrarre funziona più spesso di quanto limiti. Nick Allbrook resta una presenza centrale, febbrile ma meno caricata del solito, e la band gli costruisce intorno un impianto secco, scattante e coerente. “Roebuck Plains” offre uno spiraglio melodico più luminoso, la title track chiarisce il concept sull’umanità come specie goffa e distruttiva, mentre “Nashville (I’m Dying)” chiude con un tono più emotivo: tra catastrofe planetaria, fiducia residua in amore, lavoro e musica, e una conclusione che arriva forse troppo presto.

Terrestrials non è il disco più sorprendente dei Pond, né il più ambizioso. È però uno dei più focalizzati: meno dispersivo di molti lavori precedenti, più immediato, più disciplinato. La formula a tratti si irrigidisce, ma l’album conferma una band ancora capace di rimettere in discussione il proprio linguaggio senza smarrire identità. Il punto non è la rinuncia alla psichedelia, ma la sua compressione in una forma più secca e nervosa: un disco che balla sull’orlo della catastrofe e trova il suo equilibrio migliore tra urgenza rock, tensione politica e istinto pop.



Pubblicato la prima volta su Freakout Magazine il 13/06/2026

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