Recensione - Public House - Future (Beast Records, 2026)
Per approfondire mi sono subito fiondato sulla loro pagina
Bandcamp, ed è stato amore al primo ascolto. Il progetto PUBLIC HOUSE è nato
nel 2024 sempre nella cittadina di Rye da un’idea di Wolfgang Buckley e
del chitarrista James McClurg che, insieme a Brett Middleton
(basso) ed Eric Johnston (batteria) hanno iniziato a registrare
dei demo casalinghi che ben presto sono stati portati sui palchi di Melbourne e
dintorni, finendo ben presto in Europa, conquistando gli ascoltatori più
appassionati.
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| Wolfang Buckley |
Dopo aver pubblicato il loro primo brano, “Rich Cunt
Party” (registrato in casa come gli altri), all’inizio del 2024, ci è
voluto quasi un anno per vedere pubblicati in rapida successione i singoli
successivi, “Death Van”, “Twist The Knife”, “Garbage Bag
Balaclava” e “Read The Meter” in seguito riuniti nell’omonimo EP
d’esordio pubblicato dalla label francese Beast Records, ad eccezione di
“Death Van”.
Dal punto di vista stilistico, i Public House si muovono tra
il punk grezzo e il rock diretto; riff di chitarra incisivi, pattern di
batteria concisi e un'interpretazione vocale intensa definiscono il loro sound.
I testi riflettono osservazioni sull’alienazione e sulle irritazioni
quotidiane, espresse con un linguaggio molto diretto, a volte provocatorio. I
momenti di tensione sviluppati dal vivo trovano il loro equivalente nel disco
in arrangiamenti compatti.
Rispetto agli Stiff Richards i Public House sono decisamente
più aggressivi, in particolar modo per i testi proposti che vengono proposti
con ritornelli accattivanti declamati con la brutalità necessaria a catturare
l’attenzione dell’ascoltatore. Il loro disco d’esordio “Future” (Beast
Records) mette in scena dieci canzoni incentrate sulle numerose sofferenze
della società moderna che va incontro a tempi sempre più cupi-
Il disco è aperto da “Police State” che esplicita
come meglio non si potrebbe il controllo repressivo esercitato anche dagli
stati più democratici. “Self Indulgent, Self Improvement” affronta il
tema della competizione che la società moderna inculca nel mondo del lavoro e
non solo e di come fare per cercare di “essere migliore di te”.
Ma per quanto si provi a combattere i tempi cupi che si
prospettano vengono proposti brutalmente a chi non si allinea e rischia di
rimanere vittima della “Natural Selection”: “E il potere che ritorna con
il risentimento popolare…un’altra elezione suppletiva, un altro uomo sconfitto,
iniezione imposta dallo Stato”.
Il basso ipnotico, unito al drumming metronomico che
introducono “Kali Yuga” fanno da sfondo ad uno dei brani più efficaci
del disco. Prendendo in prestito le sacre scritture induiste secondo cui il
Kali Yuga ritenuto quello attualmente in vigore: tratta di un'epoca oscura,
caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale, che
induce gli uomini a credere solo negli aspetti più superficiali e materiali
della realtà. Una feroce critica ai politici, tutti uguali, che “cavalcano il
kali yuga, senza lasciare nulla al passo, mentre ti rovinano il futuro”.
I riff pesanti di “Bad Dog” fanno da spartiacque tra
prima e seconda parte del disco che si apre con la velocissima “5 Hours” che
parla di eccessi e del poco tempo di pausa prima di essere ripreso dal vortice.
“Stalker” è all’apparenza la ballata del disco e
parla di un amore ossessivo e non corrisposto, che rischia di ammantarsi di
tossicità: “mi sento come uno stalker, ti fisso dalla finestra, spero che tu
non mi conosca mai, ti ucciderò se mi lasci”. Il punk torna a ruggire in “Society
Says” che torna a parlare con veemenza del conto che la società impone a
noi tutti se vogliamo ambire a qualcosa come ricchezza e benessere in cambio
del debito da pagare. La Società è un diavolo che vuole la nostra anima.
La title track chiude l’album in maniera catastrofica e
claustrofobica non prospettando alcuna via d’uscita plausibile se non facendo
ricorso a sostanze pericolose.
Questo esordio dei Public House porta con se tutto lo
scibile non solo del glorioso passato dell’Aussie Rock, ma anche di quello più
recente inserendosi nella scia di tante band che uniscono l’energia del punk
alla voglia di ribellarsi e soprattutto denunciare il momento più assurdo della
storia dell’umanità, quello in cui i tecnocrati regnano sovrani, mentre l’intelligenza
artificiale incassa miliardi e le nazioni si annientano a vicenda con il
massimo pregiudizio, come bene stanno facendo band loro contemporanee come Pist
Idiots, C.O.F.F.I.N., Last Quokka, Split System, ARSE.
Pubblicato la prima volta su Freakout Magazine il 14/10/2026
Pagine ufficiali dei Public House:
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