Recensione Afghan Whigs - Soft Control (Rayal Cream records/BMG, 2026)
Greg Dulli e gli Afghan Whigs sono stati una parte importante e singolare del firmamento dell’indie rock degli ultimi 40 anni. Mantenere la freschezza a questo punto della carriera deve essere una sfida per qualsiasi band con una longevità del genere. il groove indie rock ondulato, caratteristico e pieno di sentimento degli Afghan Whigs è in ottima forma nel loro nuovo album, Soft Control dove la band ha semplicemente deciso di fare ciò che sa fare, di farlo bene e di offrire in abbondanza ciò che i propri fan ameranno.
Tra il brano di apertura, Jungle Roux, che contiene
molti tratti distintivi degli Whigs, ma li fonde in modo nuovo. e quello di
chiusura, A Simulation, una ballata languida, dominata dal pianoforte e
arricchita dagli archi: Greg Dulli ci prende per mano e ci conduce in un
territorio emotivo dal quale è difficile uscire senza rimanere toccati: un
disco che avvolge il grunge di una volta con un velo di soul e musica black, un
genere di cui Greg è il vero padrino dell’intera scena.
C'è una vera anima che attraversa queste canzoni, quella che
scivola tra le chitarre e fa subito capire che è un disco dei Whigs. Lo si sente
anche nei sintetizzatori ben posizionati, e nel modo in cui un fiato o una
linea di pianoforte sparsa che cambia la temperatura di una canzone. Dulli
continua a girare intorno ai punti in cui sesso, potere e fede si intrecciano,
e ciò che colpisce di più è la sua voce: in qualche modo la più forte e
delicata che sia mai stata, che un secondo scatta in un ringhio e si ritrae
quasi nel nulla il momento dopo.
Dulli si sofferma tanto sull’ansia esistenziale di chi è
psicologicamente tormentato quanto sull’accettazione introspettiva in Duvateen,
dove Dulli guarda la mortalità dritta negli occhi, riflettendo sulla vita che
ha vissuto e su quella verso cui si sta dirigendo. Si tratta di una nuova
sfaccettatura per Dulli, che riflette su una vita fatta di alti e bassi e
giunge a una certa serenità, accompagnando il testo con vivaci riff di
pianoforte e da un finale di chitarra maestoso.
My Lover rappresenta uno stile pop diverso, come se
il “suono pop” fosse definito dalla negatività piuttosto che da una spensierata
allegria. The Deepest Part of the Darkest Shadow è una ballata cupa e
potente, alleggerita da alcuni splendidi fiati. la travolgente Memphis,
Texas raggiunge un climax intenso con la band al massimo della forma, quando
Dulli intona “Sto impazzendo” non c’è dubbio che non solo senta che
questo gli sta accadendo, ma che probabilmente sia proprio così: il dolore e la
paura del momento vengono messi in primo piano da una grande performance. Uno
dei suoi doni è che, quando pochi secondi dopo la chitarra e il Rhodes
accompagnano “77” e lui canta “una volta mi ero perso, ora ci sono dentro”,
sembra aver ritrovato pienamente sé stesso e quando aggiunge “Non mi guardo
più indietro”, parla di abbracciare ciò che resta del futuro.
il modo in cui la voce di Greg Dulli sfiora con le sue
emozioni il panorama sonoro, sia che sia sostenuta da armonie stratificate come
in House of I, sia che sia esaltata da una sezione di ottoni come nella
splendida Mariah Luster, dal ritmo orchestrale, ci accarezza
delicatamente e ci culla in un mondo sonoro di cui, francamente, abbiamo
disperatamente bisogno.
Non sarebbe onesto dire che Soft Control assecondi solo
un pubblico di fedelissimi ormai invecchiato, ma indubbiamente lo tiene
presente. Per quanto si possa dire che i Whigs abbiano un suono classico, possiamo
dire che con tutta probabilità è il migliore disco di questa seconda era della
carriera degli Afghan Whigs, capace com’è di collegarsi alla loro storia
in maniera autentica senza mai dare l’impressione di voler artatamente rinverdire
i fasti del passato, ma di adattarli con consapevolezza allo scorrere del tempo.

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