Recensione - Amyl & The Sniffer - Truth or Consequence Live Album (Virgin Music/Rough Trade, 2026)
Per capire Truth or Consequence bisogna partire da un’intervista che Amy Taylor ha rilasciato lo scorso anno a Rolling Stone Australia in cui ha rivelato di voler portare la band in una direzione più "country": <<Abbiamo fatto tre album punk e rock davvero di successo, ma mi piacerebbe fare un album country australiano - disse all'epoca - Chad Morgan, Slim Dusty, quel genere di cose. Sai, solo movimentare le cose>>.
Così, il 28 aprile 2025, Amy Taylor, Declan Mehrtens, Gus
Romer e Bryce Wilson hanno scelto il ristorante messicano El Coyote di
Los Angeles per eseguire versioni semi acustiche delle loro canzoni davanti a
un piccolo pubblico di amici stretti, abbandonano per una sera l’urto frontale
dei festival per mettere alla prova una domanda apparentemente assurda: che
cosa succede se il pub rock degli Amyl and The Sniffers incontra il
country australiano?
Succede che le canzoni cambiano pelle senza smettere di
essere riconoscibili. Le chitarre si fanno soprattutto acustiche, la batteria
galoppa, gli arrangiamenti respirano, ma al centro rimangono l’irruenza della
band e la voce di Taylor: sporca, sguaiata, capace di trasformare ogni
ritornello in un brindisi collettivo o in una minaccia pronunciata col sorriso.
Il cambio di prospettiva è evidente fin dal brano d’apertura
Big Dreams, accelerata e trasformata in un brano cow punk che viaggia tra
i pionieri Jason & The Scorchers e i discepoli The Beat Farmers. L’anima
country era già nascosta nei temi della band: i grandi sogni e i pochi soldi,
la fuga verso la spiaggia o la campagna, i cuori spezzati, le bevute, le ragazze
costrette a guardarsi le spalle. Qui quelle storie trovano semplicemente un’ambientazione
naturale.
Bailing on Me, diventa una ballata da bar malconcio; Hertz
mette in primo piano il desiderio di evasione; Snakes acquista il passo
di una filastrocca di folklore spurio. Poi arrivano Jerkin’ e Chewing
Gum, e il locale esplode: la prima trasforma la rabbia in coro, la seconda
è rallentata e quasi sussurrata, resa intima come non ci si aspetterebbe.
Il manifesto dell’operazione è Little Bit Punk, Little
Bit Country, nuova incarnazione di Don’t Need a Cunt (Like You to Love
Me). Il titolo dice tutto: non è una conversione, ma un punto d’incontro.
Gli Sniffers non ripuliscono il proprio linguaggio e non addolciscono gli
spigoli; prendono i ritmi da festa country e le pose da saloon e li usano con
la stessa brutalità con cui hanno sempre maneggiato il punk.
I due brani nuovi dimostrano che il gioco potrebbe avere un
futuro. Fella è un’anti-canzone d’amore tanto orecchiabile quanto
assurda: in un bar pieno di idioti, una donna conquista il suo uomo con metodi
decisamente coercitivi, puntandogli una pistola alla tempia. Taylor la
interpreta con una volgarità teatrale e un ritornello immediato, fatto per diventare
la loro prossima hit.
Bag of Cocaine è invece un racconto caotico di
eccessi losangelini, costruito come un canto da alzare al cielo insieme a un
bicchiere. È sfacciato, ripetitivo nel modo giusto e già pronto a diventare un
appuntamento fisso dal vivo. In entrambi i casi, il country non frena gli Amyl
and The Sniffers: offre loro un altro modo per fare rumore.
Il momento più rivelatore, però, arriva quando il ghigno
lascia spazio alla serietà. Caltex
Cowgirl, ridotta all’essenziale, acquista un peso emotivo inatteso. Ancora
più significativa è la cover di Lights on
the Hill brano, scritto da Joy McKean e reso celebre da Slim Dusty, che
racconta la storia tragica di un camionista accecato dalle luci di un veicolo
in arrivo che perde il controllo del mezzo e comprende di essere destinato a
morire. Amyl e compagni la interpretano con rispetto e profondità, smorzando
l’energia punk contemporanea della band per collegarla alla tradizione del
country australiano. La cover di Lights on the Hill acquista un significato
ulteriore se letta alla luce della tradizione della bush ballad. Slim Dusty
appartiene a una genealogia di narratori popolari che dai poeti del bush
ottocenteschi arrivano al country australiano moderno: artisti interessati meno
al mito delle star che alle vite ordinarie di camionisti, allevatori,
lavoratori itineranti e perdenti dignitosi. Gli Amyl and The Sniffers operano
nello stesso territorio umano, anche se con strumenti diversi. Dove la bush
ballad raccontava l'Australia rurale, il loro punk racconta l'Australia
suburbana. La distanza stilistica è enorme; quella sociale e culturale, molto
meno.
Il live a El Coyote fa da sfondo all’omonimo film diretto da
John Angus Stewart, compagno nella vita di Amy, e girato su pellicola
Kodak, con immagini sgranate e sovraesposte che sembrano provenire da un
B-movie degli anni Settanta. L’El Coyote, con le sue pareti rosse e l’aria
vissuta, è più di una scenografia: restringe la distanza fra band e pubblico e
trasforma l’esibizione in una festa privata finita accidentalmente davanti alle
telecamere.
I frammenti dietro le quinte mostrano il gruppo mentre
scherza, discute e si punzecchia. Non aggiungono una vera trama, ma
restituiscono bene la sua dinamica: quattro amici affiatati, rumorosi e un po’
disfunzionali. Tra bigodini, trucco pesante, bevute e battute di dubbio gusto,
Taylor occupa naturalmente il centro della scena senza che il film trasformi
tutto in un veicolo solista.
La regia capisce che l’attrazione sta proprio
nell’imperfezione. Stonature, grida, risate e rumori ambientali non vengono
levigati: sono la sostanza del progetto. Più che un tradizionale live album, Truth
or Consequence sembra un Unplugged girato in un saloon malfamato, dove
l’alcol e le parolacce scorrono a fiumi perché non c’è nessuna intenzione di comportarsi bene.
Il pregio maggiore dell’operazione è che, cambiando suono,
gli Amyl and The Sniffers diventano paradossalmente più personali. Nei
dischi in studio l’impatto non è mai mancato, ma certi timbri e certe
costruzioni potevano apparire familiari. In questa veste acustica e sbilenca,
invece, emergono la flessibilità delle canzoni e il carattere di una band
capace di ridere della propria immagine senza svuotarla.
Non tutto ha lo stesso peso: alcuni siparietti funzionano
soprattutto per chi è già dentro il culto del gruppo, e l’atmosfera rischia a
tratti di contare più delle canzoni. Ma è un limite coerente con la natura
dell’esperimento, concepito come un’esclamazione chiassosa fra amici più che
come un documento definitivo.

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