Live Report - Kneecap - Locus Fest - Eremo Club - Molfetta - 18 giugno 2026
Ci sono band che vanno vissute al momento in cui irrompono sulla scena e partecipare ad un loro concerto diventa un atto necessario per comprenderne gli aspetti più profondi. Al di là dell’hype che rivestiva l’arrivo per la prima volta in Italia del trio irlandese dei Kneecap, esserci significava andare a toccare con mano se la proposta di per sé già potente, ascoltata sugli album Fine Art (2024) e Fenian (2026) potesse trovare conferma. L’ultima data sul suolo italico del Fenian Tour, dopo quelle di Milano, Bologna e Roma, era inizialmente prevista nell’area della Fiera del Levante a Bari e successivamente spostata all’Eremo Club di Molfetta dagli organizzatori del Locus Festival, che in questa data hanno offerto anche l’opening act di Kyoto e l’after dj set curato da Xyde. Il cambio di location è stato un fattore decisivo per la fruizione al meglio di un concerto esplosivo, cosa apprezzata dagli stessi protagonisti che l’hanno definito come: <<il posto più piccolo dove abbiamo suonato, ma anche quello più carico di energia>>.
Dopo l’energico set di Kyoto, il progetto musicale solista
di Roberta Russo (classe 1996), cantautrice, batterista, producer e performer
vocale italiana, che unisce suoni industrial, post-punk ed elettronica, prima
dell’arrivo dei Kneecap è salita sul palco Maria Rosaria Centrone sorella
di Domenico che insieme a Leonarda (Dina) Alberizia e altri otto attivisti
della Global sumud convoy, il convoglio di terra partito dalla
Mauritania il 25 aprile con l’obiettivo di rompere l’assedio illegale imposto
da Israele nella Striscia di Gaza e consegnare ai palestinesi aiuti umanitari
salvavita, sono attualmente detenuti illegalmente in Libia. L’accorato appello
della giovane cittadina di Molfetta a non abbassare la guardia su quanto sia
necessario tenere accesi i riflettori su Gaza e su quanto stanno subendo il
fratello e i suoi compagni di viaggio, e a firmare la petizione per la loro
liberazione, è stato un prologo con l’inizio del concerto.
Sul ledwall alle spalle della console di DJ Próvaí, con
il suo immancabile passamontagna con i colori dell'Irlanda, scorrono i numeri
del genocidio di Gaza e poi la scritta “Palestina libera” e mentre dalla platea
si alza il coro “free, free, Palestine” le note di Éire go Deo, accompagnano
l’ingresso di Mo Chara e Móglaí Bap che danno il via ad un set tanto
feroce nei temi trattati quanto selvaggio nei suoni che si susseguiranno nei
successivi ottanta minuti. Tra rap, ritmi da rave e attitudine punk, lo show
prende man mano piede, nonostante sia difficile per il pubblico cantare in
gaelico e comprendere facilmente il messaggio che passa e che rappresenta il
fulcro della proposta dei Kneecap.
Dalla Palestina all’Irlanda, i temi raccontano di territori
occupati e oppressi, della repressione, della fame e dell’imposizione silenzio,
ma anche del volersi ribellare a tutto questo. In un concerto dove non esistono
i privilegi per chi può permettersi i costosissimi posti da mosh pit, il
pubblico risponde con un incessante pogo continuo e democratico. Dalle prime
alle ultime file si salta tutti all’unisono seguendo il flusso incessante e
crescendo della musica, indipendentemente se sei giovanissimo oppure un
attempato rocker “aperto” a tutto ciò che gli input musicali, pure di diversa
provenienza, vengono oggi proposti.
Brani nuovi (Palestine, Smugglers & Scholars, Carnival),
si alternano a quelli più datati (Better Way To Live e Sick In the Head) tra
invettive antibritanniche come Get Your Brits Out e Liars Tale e rivendicazioni
fiere delle proprie radici, come il brano che intitola l’ultimo disco e questo
tour. Ogni momento della serata è volto a far percepire al pubblico, nonostante
la barriera linguistica, la fierezza delle proprie idee, quelle in cui credono
e per le quali lottano a suon di barre. E il pubblico risponde in pieno
percependo il senso di comunità e partecipazione che si crea sin da subito,
entrando in simbiosi con i tre musicisti, che rifuggono ogni posa o
atteggiamento divistico, spesso mettendosi ai lati del palco e godendo dello
spettacolo del parterre.
L’energia che si sprigiona sopra e sotto il palco è ad alto
tasso adrenalinico e trova la sublimazione verso il finale quando arrivano
brani come Femian, H.O.O.D. e RECAP cui fanno seguire, per chiudere il
concerto, il brano per alcuni più divisivo della nostra storia: a cantare Bella
Ciao non si sottrae nessuno, così come al coro “Siamo tutti Antifascisti”
espressi con la stessa fierezza con cui i Kneecap hanno proposto la loro musica
e la loro idea politica, perché per tutti i presenti si è trattato di
riconoscersi in un chiaro senso di appartenenza.
In tempi così bui in cui noi possiamo godere della libertà
di goderci un concerto militante, mentre in altre parti del mondo l’oppressione
verso alcuni popoli continua ad essere insopportabile, serve a farci riflettere
su quelle ingiustizie che vengono perpetrate a migliaia di chilometri di
distanza. I Kneecap sono venuti a
ricordarcelo a suon di musica e di idee e noi, rientrando a casa, riflettiamo
su quanto la nostra musica abbia bisogno di un corrispettivo italiano del trio
di Belfast che sappia mettere in scena quella politica che serve a risvegliare
le coscienze.
Don't Believe The Hype cantavano i Public Enemy, ed è
quello che abbiamo fatto andando a seguire i Kneecap che hanno dimostrato di
essere molto di più del chiacchiericcio che li circonda e che cerca
costantemente di frenarli, perché loro guardano avanti con la fierezza delle
loro idee e di una scelta identitaria, forte, capace di abbattere ogni barriera.




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