Recensione - Death Cab For Cutie - I Built You A Tower (ANTI-Records)

I Death Cab for Cutie propongono un sound più grezzo
e essenziale in I Built You a Tower, l’undicesimo album della storica
band indie rock e seguito del sorprendente Asphalt Meadows del 2022.
I Built You a Tower è un album che si presenta
essenziale, mirato ed emotivamente sincero, nato sulla scia di un paio di tour
mastodontici in cui hanno celebrato il ventesimo anniversario dei loro dischi
più amati e di successo: Transatlanticism (2003) e Plans (2005)
ed è il disco con cui i Death Cab for Cutie tornano a suonare davvero
necessari. Non perché inseguano un’improbabile giovinezza perduta, né perché
provino a replicare meccanicamente la propria stagione classica, ma perché
riescono a ricondurre la loro scrittura a un punto di tensione autentica. Dopo
una fase alterna, spesso segnata da album rifiniti ma non sempre incisivi, Ben
Gibbard e compagni firmano un lavoro che ritrova densità emotiva, lucidità
compositiva e una misura sonora finalmente priva di compiacimento. È un ritorno
di forma, sì, ma soprattutto di intenzione.
La cornice produttiva conta, ma non basta a spiegare il
risultato. Il ritorno a un contesto indie (la ANTI) e la mano di John
Congleton, qui più interessato a sottrarre che ad abbellire, favoriscono l’attuale
formazione del gruppo – Gibbard, il bassista Nick Harmer, il
batterista Jason McGerr, il chitarrista e tastierista Dave Depper
e il polistrumentista Zac Rae – a realizzare un suono secco, leggibile,
spesso spigoloso: una scelta che restituisce centralità alle canzoni invece di
soffocarle sotto la rifinitura. È però nella scrittura che il disco trova la
propria gravità. Gibbard affronta la perdita di persone care, il logoramento che
ha portato al divorzio dalla moglie di lunga data, accettandoli con uno sguardo
meno romanzato rispetto al passato, più adulto e meno incline all’auto indulgenza.
Ne deriva un album che non drammatizza il dolore, ma lo osserva con una
fermezza nuova, trasformandolo in materia narrativa e timbrica. In questo
equilibrio tra vulnerabilità e controllo, tra slancio melodico e nervatura
post-punk, i Death Cab recuperano una credibilità espressiva che sembrava solo
intermittente negli ultimi anni.
Brani come “Punching the Flowers” con le sue chitarre
scintillanti, il crescendo melodico di “Riptides”, “How Heavenly a
State” con la sua aura post-punk ben evidente e i synth sfocati di “Stone
Over Water” definiscono con chiarezza il profilo di un album che preferisce
consolidarsi nel tempo piuttosto che imporsi con immediatezza. È vero: rispetto
a Asphalt Meadows manca forse qualche picco di presa istantanea, e non
tutto qui arriva con la stessa evidenza al primo ascolto. Ma è una riserva che
finisce per giocare a favore del disco, perché ne conferma la natura meno
accomodante e più stratificata.
Tra le canzoni meglio riuscite occorre segnalare anche le
due tracce che danno il titolo all’album, I Built You A Tower (a) e I
Built You A Tower (b). Piena di rimorsi e rimpianti, la prima prepara la
caduta debilitante che poi si verifica nella seconda, che chiude l’album in un
groviglio di amara malinconia e stanchezza emotiva. Sono i Death Cab al loro
meglio, cupi e bellissimi.
I Built You a Tower non è un’operazione nostalgica né
un semplice colpo di coda: è un lavoro maturo, severo con sé stesso, capace di
riaffermare la statura dei Death Cab for Cutie senza indulgere né
all’autocelebrazione né alla replica. In una carriera lunga quasi trent’anni,
non è un dettaglio: è una conferma significativa.
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